Un cambiamento totale che ha bene in mente Matteo Renzi in queste ore che seguono l’incarico ufficiale affidatogli dal Capo dello Stato e che riguardano non solo lo svecchiamento della politica, ma anche la sburocratizzazione della società. Giuseppe Caldarola, giornalista, già direttore dell’Unità, dirigente politico ed editorialista, fornisce in questa conversazione con Formiche.net una lettura analitica dell’accelerazione che ha condotto alla crisi di governo e alla staffetta con Enrico Letta.

Ma Renzi non aveva promesso di passare dalle urne prima di andare a Palazzo Chigi?
In effetti c’è stata un’accelerazione che va indagata, tutto è avvenuto nell’arco di 48 ore e sarebbe interessante capire il perché. Qualche elemento possiamo provare a metterlo in fila.

Da dove iniziare?
Da un lato si è acuita la contestazione sindacale, dall’altro – ben più importante – quella confindustriale. Non dimentichiamo che mentre Enrico Letta era impegnato in un importante viaggio negli Emirati Arabi, il solitamente pacato numero uno di viale dell’Astronomia gli ha inviato un severo ultimatum. Ecco un primo tassello: si era creata una frattura tra Letta e alcuni mondi di riferimento.

Per quale ragione?
Perché in numerosi ambienti nelle ultime ore c’è stata la percezione dell’ulteriore accelerazione della crisi italiana e, malgrado ciò, il premier ha scelto una linea di cautela, mentre si sentiva la necessità di uno choc. Tutto ciò ha spinto Renzi ad accelerare, sentendo alle sue spalle il rischio di portare il segno di tale lentezza e quindi andare incontro alle Europee ad un risultato non positivo.

I movimenti tellurici del Pd, prima bersaniano para Grillo, poi lettiano tout court, ora renziano in toto, è il sintomo di una classe dirigente senza spina dorsale?
Io sarei, al tempo stesso, più generoso e più severo. Penso che il concetto di classe dirigente sia esagerato, quella forse si formerà nei prossimi anni. Renzi rappresenta, ne è anche l’autore, la più grande rottamazione che c’è stata in politica e non solo per la non rielezione di Veltroni e D’Alema, quanto perché si è fatto portavoce di una richiesta di cambiamento, in un quadro in cui non si era formata una classe dirigente alternativa.

Di chi le responsabilità?
Negli anni della Seconda repubblica il processo di ricambio è stato assai improvvisato e affidato alle leadership personali più che alla costruzione di individualità forti e competenti. Per cui Renzi arriva e grida che il re è nudo. Ha una straordinaria personalità, mentre il Pd non ha rivelato una altrettanta classe dirigente. Dei nuovi 50enni, in pochissimi hanno tenuto la barra dritta e nessuno ha mostrato capacità inventiva.

Emanuele Macaluso da queste colonne l’ha definita come la “lotta politica e di potere” tra i democratici. E’ così?
Se allargassimo l’orizzonte al quadro d’insieme, esso ci restituirebbe una visione molto confusa dell’elemento società civile, perché essa è al potere dal ’94 con Berlusconi e la Lega e ora si è accodata in parte a Grillo e al Pd. La relazione che solitamente eravamo in grado di vedere tra potere e società è saltata. Ciò ha evidenziato ancora di più il ruolo del potere in quanto tale inteso come impostazione. E’ evidente che la gestione delle nomine che influiscono sull’economia sia diventato decisivo. Detto questo, credo che Renzi abbia in testa un cambiamento anche di questi aspetti e lo dimostra il fatto che il suo concetto di svecchiamento coinvolge, così come ha detto negli ultimi mesi, non solo la politica ma anche il management, inteso come sburocratizzazione della società.

Ha ragione Macaluso quindi?
E’ una tesi maliziosa, come è solito fare il direttore Macaluso, ma abbastanza verosimile.

Il governatore della Liguria Claudio Burlando mette invece l’accento sul trittico Eni-Enel-Ansaldo, più che sull’Italicum e il nuovo Titolo V: è quella la frontiera di sostanza del renzismo, al netto di annunci riformatori?
I problemi che Renzi dovrà affrontare nelle prossime ore saranno: che dovrà stupire l’opinione pubblica, prima con la lista dei ministri, al netto degli obblighi che ha, in seguito con i provvedimenti economici che ha indicato a Letta; che dovrà, per non perdere il contatto con Berlusconi, portare avanti le riforme. Aggiungerei il successo internazionale da conquistare sul campo dei marò, fondamentale per assumere una dimensione superiore e infine tentare nelle nomine di portare qualche esempio. Del resto un suo uomo, Angelo Rughetti, ha pubblicato sull’Huffington Post un promemoria sulle nomine, sostenendo la necessità di effettuarle in base ai risultati effettivamente raggiunti dai singoli manager con risultati certificabili.

twitter@FDepalo

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