Renzi vincente perché riunisce il Partito Democratico verso l’obiettivo di un governo di durata. E’ l’opinione di Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto ed esponente di spicco del Centro Democratico di Bruno Tabacci. Pisicchio, deputato dal 1987, sottosegretario, giornalista e saggista, analizza il nuovo corso renziano, mettendo l’accento sulla vera rivoluzione che potrebbe essere alle porte: la nuova mappa delle macroregioni italiane.

In cosa la prospettiva di Matteo Renzi potrà essere più risolutiva rispetto a quella lettiana?
Essenzialmente in un fattore: la coesione del Pd, perché i numeri si muovo all’interno dello stesso perimetro delle alleanze, tuttavia rispetto alla precedente esperienza sembrerebbe esserci un Pd tutto sospinto verso l’obiettivo di un un governo di durata. E questo evidentemente va salutato positivamente.

Una riforma al mese è più una provocazione o una speranza?
E’ un auspicio, potrebbe essere un percorso fattibile, ma in questo momento c’è anche una grande attenzione alla notevole mediatizzazione degli eventi attraverso lo schema comunicazionale. Certo, il Parlamento è una realtà molto complessa, che ha voglia di dire la sua. Prendiamola come una provocazione al corretto impiego del tempo.

Sarà sufficiente la riforma del Jobs act per sottolineare una discontinuità del piddì da Cgil e Fiom?
Probabilmente occorrerà qualcosa di più articolato, come rinegoziare con l’Europa la politica sociale e del lavoro. Non si può immaginare che ogni euro speso e impegnato per imprese e lavoro possa essere considerato un euro che va nel calderone del debito: non può essere così. Per cui il Jobs act andrà declinato e raccontato in modo più puntuale, e sicuramente il presidente del Consiglio non mancherà di farlo, ma andrà raccordato con una politica europea forte e rigorosa.

La riforma del titolo V potrebbe essere la vera rivoluzione renziana?
Assolutamente sì. Se Renzi andasse avanti in quella direzione sarebbe poi il caso di rimettere mano a un’idea proposta dalla fondazione Agnelli, con l’ipotesi di aggregazione delle singole Regioni e costruendo un assetto di macroregioni. Forse quello potrebbe essere il percorso più utile.

E’ vero che in vista delle europee il Centro Democratico stringerà alleanze con fare di Boldrin? E su quali basi?
Si voterà con una legge, da me contrastata nel 2009, che introduce uno sbarramento del 4%. Dunque alcuni partiti o si metteranno assieme o non avranno rappresentanza politica. Evidentemente è una legge sbagliata, perché in Europa non si dà governo ma rappresentanza. Persino in Germania dove c’era una legge con sbarramento al 5%, è intervenuta la Corte Costituzionale per rimuoverlo e chiedere al Bundestag di rimodularlo. Tuttavia la legge c’è e bisogna farne i conti. É chiaro che i partiti di ispirazione liberale e cattolico-democratica, con una sensibilità comune, avranno l’obbligo di stare insieme. Mi punge vaghezza che serva qualcosa in più per raggiungere quell’obiettivo, con riferimento alla numerosità di chi parteciperà alle elezioni.

Ovvero?
Su 35 milioni di votanti il 4% corrisponde a un milione e mezzo di voti. Noi ne abbiamo presi 167mila alle politiche, capisce bene che servirà qualcosa di molto consistente per affrontare questo turno elettorale. Quindi va bene andare assieme, ma occorre qualcosa di più.

twitter@FDepalo

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