Ecco le sfide del CDU di Mario Tassone

Ecco le sfide del CDU di Mario Tassone
Cristiano-democratici uniti a congresso per promuovere un'aggregazione delle famiglie popolari. Ma proseguono le scintille con il “partito gemello” UDC...

Ricominciare dalla centralità dell’uomo per rilanciare il protagonismo di un’iniziativa popolare di ispirazione democratico-cristiana. E promuovere un percorso di alleanze per cerchi concentrici con tutte le forze che si riconoscono nella famiglia del PPE. È l’ambizione che guida il 4° Congresso nazionale del CDU, la formazione cristiano-democratica creata nel 1995 da Rocco Buttiglione, Roberto Formigoni e altri esponenti della storia della Dc all’indomani della spaccatura del PPI sull’alleanza con il centro-destra. Attualmente guidato da Mario Tassone, parlamentare di lungo corso dello Scudo Crociato e poi della federazione CCD-CDU, il partito è una componente costitutiva dell’Unione di centro. Con cui nel recente congresso di Roma non sono mancati dissensi e attriti.

Tassone, quali sono i temi e le scelte al centro del Congresso CDU?

Le nostre assise verranno aperte da un titolo eloquente, “Ricominciamo dall’uomo”. Vogliamo riproporre l’esigenza imprescindibile del recupero della politica, sempre più povera di fermenti ideali. Lo dimostra il depauperamento delle istituzioni rappresentative a partire da Parlamento, e la liquefazione dei partiti nel ruolo di mediatori tra Stato e società civile. Sempre più ridotta a realtà di leader che nominano rappresentanti legati da vincoli di fedeltà, di gruppi e corporazioni organizzate, di burocrazie e massoneria.

Si riferisce alla riforma elettorale approvata dalla Camera?

Il processo di negazione del modello democratico prefigurato nella Costituzione repubblicana partì nel 1993, con il varo del meccanismo di voto maggioritario che ha umiliato la rappresentanza facendo leva sulla crisi dei partiti. Una spirale avviata con il Mattarellum, culminata con il Porcellum fino al recente approdo dell’Italicum. Modello peggiore della legge Calderoli, visto che preserva le liste bloccate stabilite dalle nomenclature, rimuove le preferenze nel segno di una malintesa lotta contro la corruzione, allontana la partecipazione degli elettori. È prevalsa la spinta verso un bipolarismo autoritario e plebiscitario, che elimina dal Parlamento con soglie mortificanti una molteplicità di forze minori e la voce di milioni di cittadini. Tutto compiuto con una grave ferita istituzionale.

Quale?

Nessuno ha pensato a una modifica coerente dell’architettura costituzionale sulla forma di governo e sull’organizzazione dello Stato. A cominciare da un regionalismo che deve essere riformato alla radice, attribuendo all’autorità nazionale le prerogative in campo energetico e infrastrutturale, e conferendo alle assemblee regionali il potere di sfiducia costruttiva verso il “governatore” eletto dal popolo. Analogo ragionamento vale per le province, per cui è necessaria una revisione della Carta fondamentale e non basta una legge ordinaria.

Cosa vi distingue dalla strategia dell’Unione di Centro?

Il CDU si prefiggeva fin dalle origini l’obiettivo di aggregare le formazioni di ispirazione cristiana aprendo un confronto con movimenti laici e riformisti sui temi di liberà e giustizia. Finalità su cui l’UDC ha fallito. Il nostro congresso vuole essere un punto di partenza per rilanciare l’esperienza e la cultura del cristianesimo popolare, che nasce dal vivo della realtà sociale e da concreti legami di solidarietà. La proposta è aperta a tutte le forze genuinamente popolari attente all’idea di centro come sfida culturale anziché come nozione geografica.

Parteciperete alla costruzione di una Casa popolare del centro-destra con UDC, Nuovo Centro-destra, Popolari per l’Italia?

La nostra volontà va in questa direzione. E per tale motivo al Congresso dell’UDC avevo esortato invano ad avviare una fase costituente verso un’aggregazione più grande. Aperta anche alle forze che stanno lavorando a una rinnovata Casa delle libertà. A patto che tutte guardino all’orizzonte popolare europeo.

Per le elezioni europee di maggio è ancora possibile un’unica lista popolare?

Non lo so. Noi non rinunciamo a nessun tipo di aggregazione con forze politiche affini, soprattutto alla luce della soglia del 4 per cento dei voti per entrare nell’Assemblea di Strasburgo. Non vogliamo attestarci su posizione di orgoglio, supponenza e solitudine culturale. Siamo aperti alle alleanze con tutti i gruppi che abbiano un robusto riferimento al PPE. Lo dico rivolgendomi agli amici popolari e cristiano-democratici che hanno aderito all’Alleanza liberal-democratica o che si sono lasciati assorbire nel Partito socialista europeo.

Il PPE però è allineato sulle politiche di austerità, sul Fiscal Compact, sul Meccanismo europeo di stabilità.

È necessario riformare in profondità il Partito popolare per farlo tornare alla visione originaria di Europa umanistica e cristiana. Perché l’Ue oggi è appannaggio di interessi e burocrazie. Per questa ragione bisogna rinegoziare vincoli e principi. L’allargamento frettoloso e superficiale a 27 nazioni non ha portato a un’autentica integrazione politica, economica, fiscale, sociale, diplomatica, militare.

Come giudica i primi interventi del governo Renzi?

Resto molto prudente, poiché mancano provvedimenti legislativi concreti. Non posso unirmi al coro dei lodatori plaudenti di semplici informative. Forse lo stile incarnato dal premier è un segno dei tempi nuovi, ma non sempre il nuovo equivale a un cambiamento positivo. Voglio essere sicuro che le risorse restituite ai cittadini con le misure fiscali non verranno tolte in altri comparti. Magari consentendo l’aumento delle tasse addizionali locali o riducendo i servizi sociali sul territorio.

ultima modifica: 2014-03-14T15:16:52+00:00 da Edoardo Petti

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