La formazione guidata da Mario Tassone punta a creare un'ampia aggregazione cattolico-popolare. E lancia l’idea di un referendum abrogativo dell’Italicum.

È nato l’embrione di una nuova DC? L’interrogativo sorge spontaneo analizzando lo svolgimento e l’esito del 4° Congresso nazionale dei Cristiani democratici uniti celebrato allo Sheraton Hotel di Roma. Un’iniziativa in cui ogni elemento visivo, gesto e parola sprigionano lo spirito e l’atmosfera della Democrazia cristiana.

Una forte impronta democratico-cristiana

Sul palco campeggia il simbolo dello Scudo Crociato con i volti di Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi. E negli interventi aleggiano l’opera e l’insegnamento di Aldo Moro. L’assemblea richiama più volte la visione dei padri fondatori popolari dell’Unione Europea, l’umanesimo cristiano contro l’egemonia della finanza e dell’economia, la stella polare del PPE alternativo ai populismi e al Partito socialista europeo.

L’avversione per Renzi e per il maggioritario

È in nome di questi riferimenti che le assise del CDU ricordano le gravi violazioni delle libertà fondamentali perpetrate dal governo chavista in Venezuela. Con lo stesso bagaglio ideale manifestano avversione per il “cinismo incarnato da Matteo Renzi nel liquidare l’esperienza del governo di Enrico Letta”, e ribadiscono l’ostilità verso la stagione maggioritaria avviata nel 1994 e culminata nel meccanismo di voto approvato dalla Camera. Legge “che al contrario del proporzionale con preferenze mortifica la rappresentanza e la libertà di scelta dei parlamentari”.

Una rottura e tanti interrogativi

Gli ostacoli sul cammino della rinascita democratico-cristiana sono presenti nello stesso mondo cattolico. Perché il Congresso del CDU certifica in modo plastico una rottura traumatica con l’Unione di centro. La scintilla che la sancisce è l’ipotesi, avanzata da AgenParl e confermata da Renzo Lusetti, di una lista unitaria per le elezioni europee tra UDC, Centro democratico di Bruno Tabacci, Popolari per l’Italia di Mario Mauro con l’esclusione del Nuovo Centro-destra di Angelino Alfano.

Scelta che avrebbe provocato un vivace confronto tra Lorenzo Cesa e Pier Ferdinando Casini, contrario all’estromissione della formazione guidata dal vice-premier. E che archivia la creazione di un soggetto politico unico dell’area popolare per il rinnovo dell’Assemblea di Strasburgo nell’orizzonte di una nuova casa conservatrice e moderata. Provocando di riflesso lo smembramento dell’alleanza liberal-popolare che ha alimentato una tempesta nell’inquieta galassia dell’ALDE.

La partecipazione di una parte del mondo DC

L’unico punto fermo nella strategia dei Cristiani democratici uniti è il rifiuto del rapporto con Forza Italia in una riedizione della Casa delle libertà. Curioso rovesciamento storico, visto che la causa scatenante della costituzione del CDU nel 1995-1996 fu la spaccatura del Partito popolare attorno all’alleanza con la creatura politica di Silvio Berlusconi. La priorità ora è riunire la platea più ampia di gruppi e realtà di orientamento democratico-cristiano. Lo testimonia la partecipazione al congresso di Publio Fiori, Gianni Fontana, Alberto Alessi, Luisa Santolini, Clemente Mastella, Marco Follini e Gerardo Bianco e Renzo Lusetti.

Ricomporre la diaspora popolare

È l’ex “fratello nemico” Gerardo Bianco, segretario del PPI all’epoca della scissione, a porre all’assemblea l’interrogativo di fondo: esiste lo spazio per una presenza incisiva dei cattolici democratici nella vita pubblica italiana prigioniera di un generale impoverimento politico-culturale? La risposta secondo l’ex parlamentare risiede in un ripensamento critico degli errori compiuti da tutti i democratici-cristiani negli anni Novanta. Compresi gli artefici del CDU, che per opera di Rocco Buttiglione scelsero l’accordo con il Cavaliere, “figura aliena dall’esperienza cattolico-popolare”.

Più fiducioso nel futuro è il ragionamento di Marco Follini, convinto che un forte riferimento democratico-cristiano possa costituire l’antidoto a una spirale plebiscitaria fonte di vane speranze e di cocenti delusioni. A suo giudizio è necessario recuperare lo spirito del Convegno di Camaldoli e del ceto dirigente cattolico del dopoguerra, animato da un forte senso della missione internazionale dell’Italia, dal valore della coesione nazionale, dall’idea di società aperta, mobile e non notabilare-censitaria. Prospettiva, spiega l’ex segretario dell’UDC, che non può  ripresentarsi sotto le bandiere della nostalgia ma deve interpretare l’opinione pubblica inorridita dalla parabola di Berlusconi e riluttante a rintanarsi nell’orbita del PSE.

Perché Junker in Europa?

A scagliarsi contro il vertice dell’UDC e contro Casini “per aver distrutto il patrimonio democratico-cristiano a causa della fame di potere, delle ambizioni personali, e di candidature improbabili come quella di Magdi Allam e Emanuele Filiberto”, è Maurizio Eufemi. Ma i bersagli polemici sono numerosi. Rivendicando l’orgoglio dell’identità cattolico-popolare contro l’annullamento del cristianesimo sociale e democratico nel socialismo europeo, l’ex parlamentare del CDU punta il dito contro “la personalizzazione politica incarnata da Renzi, responsabile di una manovra fiscale che favorisce i lavoratori dipendenti sindacalizzati e colpisce investimenti produttivi e pensioni. Oltre a essere l’artefice del furto di democrazia chiamato Italicum”.

Un meccanismo di voto, rimarca Eufemi, peggiore della legge Acerbo che aprì le porte al regime fascista: “Perché calpestando le istituzioni rappresentative, punta a imporre il bipartitismo fondato su videocrazia e sondaggiocrazia, tipico di forze politiche liquide sviluppate nella Rete”. È in virtù di queste valutazioni che il CDU contesta la scelta compiuta dal PPE di candidare Jean Claude Junker, “esponente del ricco e privilegiato Lussemburgo”, alla guida della Commissione UE. E rilancia i valori originari dell’europeismo democratico-cristiano: economia sociale di mercato, capitalismo umano e solidale fondato sulla partecipazione dei lavoratori al destino delle imprese.

Un leader antico e nuovo

Artefice del rilancio del CDU a costo della rottura con l’UDC è Mario Tassone. Rivolgendosi “ai vertici dell’Unione di centro che hanno tradito la parola data e i valori originari evitando di essere presenti al Congresso e agli amici ex PPI che hanno scelto di farsi inglobare nel PD entrato nel PSE”, l’ex vice-ministro dei trasporti parte da una consapevolezza: “Tutti i democratici-cristiani oggi sono sconfitti. Perché quando la storia ci diede ragione nella vittoria contro il blocco sovietico-comunista, altri ne approfittarono emarginando le culture popolari e privilegiando la svendita della coscienza”.

È per tale ragione che egli accetta di candidarsi a segretario del CDU per un arco di tempo brevissimo, “necessario per trovare al nostro interno un giovane espressione del fermento rinnovatore del cattolicesimo popolare”. Proposta che la platea accoglie per acclamazione. E all’unanimità approva due mozioni. La prima chiede un incontro con con Junker per chiarire il programma del PPE nella campagna elettorale europea. La seconda mira a promuovere un referendum abrogativo dell’Italicum.

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