L’immagine che state per vedere è oramai nota agli addetti ai lavori. Mostra il numero di lobbisti registrati a Washington. E, ovviamente, mette in evidenza un dato eclatante: stanno calando, anziché aumentare.

number of registered lobbyists 1998-2013-800

 

Anche la spiegazione al calo è fatto noto. Si registrano meno lobbisti perché le misure correttive adottate dai governi americani negli ultimi anni (compreso Obama) hanno imposto via via limiti sempre più stringenti. Soprattutto sul versante economico. Per questo molti preferiscono lavorare al di sotto del 20% di ore fatturate al cliente (sotto il quale è consentito, per legge, non inserire il proprio nome nel registro).

è il costo della trasparenza, dicono alcuni. E forse hanno ragione. Lo mostra in modo ancora più chiaro questo grafico, che traccia non il numero complessivo di lobbisti, ma i cambiamenti (dal 2008, come potete vedere, sono sempre in negativo).

percent change in lobbyists-800

 

Ma l’aumento dei costi di trasparenza, da solo, non basta a spiegare un fenomeno così evidente. Ci sono altre cause.

La prima, sostengono in molti, è la crisi, che – ovviamente – affligge anche i lobbisti. Sia in termini di minori commesse, sia in termini di minor fatturato. Ipotesi plausibile, ma non convincente. Leggete questo report della George Mason University (QUI). Spiega in modo molto chiaro come certe professioni (tra cui avvocati e lobbisti) in tempi di recessione abbiano continuato a fare affari d’oro.

seconda spiegazione: il Congresso è sempre più intasato, non combina nulla, per cui molti spostano il baricentro dell’attività altrove, presso gli Stati federali ad esempio, e non hanno più bisogno di registrarsi a Washington. Anche qui però le opinioni divergono. Si dilatano i tempi, forse, ma il Congresso Usa è molto attivo e produce tanta legislazione. Lavoro ce n’è, e molto. Il vecchio adagio “Washington goes legislation, regulation, litigation, legislation” è ancora valido

terza spiegazione: sta cambiando il mestiere. Questa ci convince di più. Al lobbista si chiede sempre più di assistere il cliente lungo traiettorie diverse e non sempre, o non necessariamente, complementari. Fare comunicazione, marketing di prodotto, oltre che PR, diventa sempre più un’esigenza per gli studi di lobbying. Il tecnico del diritto serve ancora, come serve il buon mediatore. Ma non bastano. Per questo i piccoli scompaiono, o si uniscono ad altri, e nascono lobbying firm multifunzionali. Qualcosa a metà tra uno studio legale, un’agenzia di lobbying e di comunicazione.

La trasparenza resta al centro. E la domanda si rivolge, come sempre, a chi decide. Se non basta più tracciare chi rappresenta l’interesse, come monitoreremo chi lo comunica, chi lo vende e chi lo difende in giudizio?

 

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