Elezioni europee, eurobond, riforme renziane, leggi elettorali: intervista a tutto campo con il presidente dei Popolari per l’Italia Mario Mauro.

Da un lato la cultura popolare, che si scompone nella politica per il popolo. E dall’altro la cultura populista, di chi tuona contro l’euro e l’Europa dimenticando che senza quel paracadute l’Italia si sarebbe avvicinata pericolosamente al tracollo.

Formiche.net ha incontrato il presidente dei Popolari per l’Italia Mario Mauro, che ha toccato i temi salienti dell’agenda politica nazionale ed europea. Nella consapevolezza che il dado popolare è ormai tratto e un percorso di orizzonti comuni al di qua del Pd è irrimediabilmente avviato, nonostante i diversi fronti che compongono i Popolari per l’Italia, come ha messo in evidenza anche Andrea Olivero in questa intervista a Formiche.net.

Le elezioni europee potranno essere l’occasione per strutturare il Ppe italiano?
Credo che l’analisi si debba reggere su due giudizi chiari: il primo verte sull’idenità popolare. Cosa vuol dire essere popolari? Come amo ripetere popolare è il contrario di populista. L’identità popolare si basa sul principio di universalismo cristano abbracciando culture diverse sul piano dell’economa sociale di mercato e quindi sposa i temi della libertà in economia, generando la tendenza dei popoli a stare insieme superando attraverso la politica le contraddizioni del vivere civile. Il populismo invece rappresenta quella forma di scorciatoia che non compie scelte orientate dal coraggio, ma orientate dalla paura.

Ovvero?
La paura dell’altro, socialmente, etnicamente ed economicamente, ragion per cui popolari e populisti hanno idee radicalmente diverse. Gli elettori però sono gli stessi e compiono scelte coraggiose quando vedono testimoniato in un esempio ciò che può diventare un agire politico. Tale premessa occorre in quanto il grande tentativo di dare casa a tutti i popolari italiani è fallito grazie alla deriva populista del Pdl.

Un fattore ancora presente nel centrodestra?
Non possiamo dimenticare quei partiti che hanno espresso leader che si sono vantati di aver scritto la Costituzione di Roma del 2004 e che oggi tuonano contro l’euro e contro l’Europa. C’è un’evidente contraddizione in termini, frutto di elementi che con la cultura politica hanno poco a che fare. Però resta la radice del problema, oltre alla perdita di credibilità della politica nel nostro Paese. Ricostruire tutto questo è stato in parte possibile grazie al governo Letta, che ha avuto il senso di una ricomposizione nazionale e fin quando è durato ha dato la speranza che visioni distinte e distanti, come quella popolare e socialista, tentassero di convergere alla luce di un giudizio netto: sulla strada dell’Italia c’è un enorme macigno, non sono sufficienti né la leva di destra né quella di sinistra né quella di centro per rimuoverlo. Occorre farlo tutti inseme.

Perché non ha avuto seguito?
E’ durata fino a quando non è prevalso il crepuscolo della vicenda berlusconiana, ovvero il fatto che non rappresentasse non più la speranza del ’94 ma la delusione del 2012.

Come si inserisce dunque oggi il progetto di una lista popolare comune?
Quella vicenda così travagliata ha prodotto una frammentazione che si può recuperare non provando a mettere assieme i cocci, sarebbe un compito improbo. Ma provando a guardare lontano, recuperando la forza di una tradizione ma sopratttuto amando a tal punto il destino italiano da far loro una proposta nuova. É quello che abbiamo sollecitato all’Udc e all’Ncd ma anche all’infinita costellazione di quell’associazionismo che si riconosce nella matrice popolare per andare al di là dei popolari e abbracciando la condizione di solitudine di imprese e famiglie.

Quindi per le europee ci sarà una lista unitaria?
Quello che riusciamo a mettere in pista per le elezioni europee ha dentro questo anelito di ricomposizione, ma probabilmnente nella forma ancora non traspare: può sembrare più la somma di esperienza stimate che non l’accento di una cosa nuova. Voglio dare enorme credito alla serietà dell’appello del ministro Alfano, mi piace pensare che in quell’appello ci sia la volontà di restituire ai popolari italiani una casa comune.

Al di là della frontiera europea di maggio, questo progetto potrà tradursi in una costituente in vista delle prossime politiche?
Intanto vorrei richamare l’attenzione sul fatto che a queste europee rischiamo di perdere l’Europa perché se Le Pen dovesse vincere in Francia e Grillo in Italia ci sarebbe una crisi profondissima delle istituzioni comunitarie. Una responsabilità enorme, che si assumeranno non solo quei candidati ma anche chi dovesse votarli, dimenticando anche gli aspetti positivi dell’integrazione europea come lo sviluppo e la coesione che ci hanno accompagnati in questi anni. Non dimentichiamo che apparteniamo a generazioni che non hanno conosciuto la guerra e che hanno un enorme debito nei confronti dei padri fondatori.

E se il tutto non sfociasse nella condivisione di un progetto politico comune?
In quel caso avremmo cancellato per sempre la possibilità del recupero della visione che ha generato l’unico modello di Ue funzionante: l’Europa popolare, perché non è solo quella della retorica euroeista di Schuman, De Gasperi, Adenauer ma quella che ci ha accompagnato sciogliendo nodi recenti, quando in una notte di dieci anni fa abbiamo preso 150 milioni di persone e li abbiamo trasformati in cittadini europei. Lettoni ed estoni forse prima li vedevamo dinanzi alla stazione Termini di Roma o a quella centrale di Milano, epifenomeno di un complesso dinamismo delle povertà che rischiava di precipitare nuovamente l’Europa nel baratro.

Perché essere grati all’Europa in un momento di forte disaffezione comunitaria?
Non solo per quelle ragioni che affondano le radici nel nostro essere Paese fondatore, ma per il nostro vivere quotidiano. Aver prodotto nel tempo vincoli esterni rispetto al malcostume e al malgoverno del nostro Paese è un fatto che oggettivamente ci ha evitato il tracollo.

Come coniugare rigore e ripresa solidale senza scadere nell’antimerkelismo tout court?
Sulla solidarietà c’è un aspetto che, in politica come in economia, regola i rapporti: la convenienza. Se la casa del tuo vicino brucia, devi essere il primo a spegnere l’incendio perché la prossima a bruciare sarà la tua. La necessità di un intervento forte per esempio sul caso greco si sposava a pieno con l’esigenza di evitre il contagio. Chi non se ne è accorto perché tifoso solo del rigore dovrebbe riflettere. Altro è credere, sbagliando, che il rgore non faccia parte della ricetta della crescita. Senza conti in ordine non si porta avanti un progetto comune.

Come giudica l’eurodebito comune?
La questione di un debito europeo comune, anche con l’aiuto di eurobond che da eurodeputato ho più volte proposto in passato, è legata al rapporto di fiducia tra Stati. Ovvero un membro contrae un debito comune se è sicuro di non dover pagare anche per i debiti pregressi degli altri. Conti in ordine per principi di crescita.

Questa logica di crescita la ritrova nelle proposte renziane di “renzinomics” che riprendono le riforme fatte in Germania dal cancelliere Schroeder?
Dal punto di vista delle cose reali il primo atto è il job act che sta per iniziare l’iter in Senato. La leva del miglioramento del mercato occupazionale è perseguita da molti paesi europei, anche dal Belgio. Detto questo, siamo ancora agli annunci. Aspettiamo che il premier passi ai fatti.

La vivacità di opinioni tra i Popolari (Gitti annuncia di guardare a Renzi, così come Oliviero) può essere un pregio o un freno a mano?
Il dialogo sui temi del futuro resta discriminante. Indipendentemente dai propri gusti, non dimentichiamo che siamo impegnati in un governo con Renzi e con il Pd, resta un dato oggettivo. Se questo vuol dire che chi è Popolare debba diventare socialista, beh la considero una scelta di campo inconciliabile. La cultura popolare è un qualcosa di ben definito, che in Europa ha impedito il ritorno delle destre populiste com dimostra il caso tedesco delle larghe intese.

Quali gli errori dell’esperienza montiana da non ripetere per costruire un popolarismo duraturo?
L’esperienza di Monti nasce da una proposta lungimirante fatta dall’allora presidente dei Popolari europei, lo scomparso Marteens. Ma alle prossime elezioni europee il suo partito correrà con l’Alde: mi sembra che abbia fatto la sua scelta.

Come costruire un’euroclasse dirigente italiana che faccia “lobby” biancarossaeverde in seno al parlamento europeo?
Fa parte del grande tema della revisione degli strumenti elettorali italiani, nel senso che c’è voto di preferenza su un collegio da 14 milioni di abitanti, mentre non c’è per Camera e Senato. Una stranissima contraddizione. Il fattore della competenza specifica potrebbe essere benissimo esaltato dal ruolo del paramentare europeo, mentre l’aspetto della rappresentatività potrebe essere colto dalle logiche dei due rami del Parlamento. Negli ultimi vent’anni abbiamo prodotto un maggioritario senza le primarie obbligatorie per legge, un proporzionale senza preferenze mantenendo quella mutipla sullo senario di collegi enormi. Nulla di più facile che tutto ciò debba essere rivisto, lasciando in ambito nazionale libertà di scelta agli elettori e arrivando a strumenti di definizione delle candidature europee con meccanismi più complessi come avviene in Germania.

Sarà capolista nella circoscrizione settentrionale?
Non ne abbiamo ancora parlato, oggi intendo dare un contributo al progetto: che la direzione imboccata faccia nascere un orizzonte politico comune che ponga all’attenzione degli italiani su cosa si intende per matrice popolare. Far politica per il bene del popolo.

twitter@FDepalo

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