Quante volte ci siamo chiesti se a guidare le scelte di un governo – qualsiasi governo – siano davvero i cittadini, come scrivono e ripetono tutte le costituzioni democratiche, oppure un ristretto gruppo di interessi, le famose “lobby”? Quasi sempre ci siamo risposti dicendo che sono le seconde, non i primi, a decidere davvero cosa un governo deve fare o non fare.

Prendete gli Stati Uniti, non la più grande democrazia del mondo (il primato spetta all’India) ma (almeno per ora) la più grande potenza economica del pianeta. I due grafici che seguono rappresentano l’opinione pubblica degli americani. Nel primo si riporta la percentuale di quanti, tra il 1964 e il 2008, pensano che le decisioni del governo siano “guidate” da pochi – grandi – interessi:

g5a_2_1

 

Il secondo grafico invece illustra l’opinione di coloro che, nello stesso lasso di tempo, pensano che a guidare il governo sia il bene comune, cioè gli interessi dei cittadini:

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I grafici si commentano da soli. Non c’è battaglia. Attenzione però, perché quello che l’opinione pubblica percepisce non necessariamente è quello che accade veramente. C’è un nuovo, bel, libro di Matt Grossmann (già il titolo vale l’acquisto: “Artists of the Possible: Governing Networks and American Policy Change since 1945” – QUI) che si è preso la briga di esaminare 790 grandi decisioni del Congresso Usa negli ultimi anni. Lo scopo? Scoprire quanto di quelle decisioni seguiva la pressione dei grandi gruppi di interesse, era cioè frutto di lobbying, e quanto invece rispondeva all’interesse comune.

Vi sorprenderete, Grossmann scopre due cose inaspettate. La prima è che il peso specifico dei gruppi di interesse in questi anni non è andato aumentando, nonostante la crescita esponenziale sia delle spese per il lobbying, sia del numero di gruppi di interesse. Facciamo parlare la grafica:

Percent of policy change with type of int grp influence (fig1)-800

In effetti l’influenza dei gruppi di pressione (colore giallo) e delle imprese (colore azzurro) non è poi così tanto lontana da quella della società civile (colore rosso, l’advocacy). Ad esclusione dell’ultima parte del grafico, in cui si nota un evidente aumento della pressione da parte delle imprese, e un calo dei gruppi di pressione tradizionali, c’è un sostanziale equilibrio tra le parti. Equilibrio che rimane tale nel corso degli anni.

La seconda scoperta di Grossmann è che il (presunto) predominio dei gruppi di interesse organizzati sui cittadini se esiste, si concentra su pochi settori di regolazione, tradizionalmente quelli in cui sono in gioco maggiori porzioni di profitto. Ma in ogni caso il peso della società civile non è mai azzerato, come mostra il grafico qui sotto:

Policy change by issue area (fig2)-800

 

Si possono trarre tante conclusioni dallo studio di Grossmann. La prima, e più scontata, è che l’opinione comune sul  peso delle “lobby” non è poi così corretta. Nè le lobby sono poi così influenti.

La seconda e la terza conclusione guardano in prospettiva. Grossmann esamina solamente le leggi approvate dal Congresso, cioè i risultati positivi dell’azione del legislatore. Ma è noto che la pressione dei lobbisti è solitamente più forte in caso di insuccesso. Sarebbe quindi interessante poter valutare gli stessi numeri avendo però anche esempi da leggi che non sono andate in porto, o tentativi di cambiamento che non sono arrivati al successo.

Infine, è interessante confrontare l’analisi di Grossmann con quella di chi – come lui – ha fatto uno studio simile. Anche qui il risultato sorprende: alcuni colleghi dell’autore del volume sono arrivati a conclusioni diametralmente opposte (ne ho parlato QUI).

Chi ha ragione allora? Grossmann o chi attribuisce tutto il peso delle decisioni governative ai gruppi di pressione?

 

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