Comprendere come nel corso del trentennio di riforme, inaugurato da Deng Xiaoping nel 1978, le svolte costituzionali in campo economico siano andate necessariamente di pari passo con l’affermarsi dei diritti civili.

La Cina, una volta uscita dal periodo maoista, si trovava completamente priva di qualsivoglia tutela nei confronti dei diritti umani. Deng Xiaoping, Leader dell’epoca, riuscì magistralmente a fare i primi passi in materia, senza disattendere le pretese del partito comunista riguardanti il perseguimento dei soli fini economici.

LE RIFORME COSTITUZIONALI DEGLI ANNI OTTANTA

Nella Costituzione Economica degli anni ottanta, vennero introdotte le prime libertà imprenditoriali; l’Art.8, ad esempio, riconosceva altre forme di cooperativa di gestione dell’attività oltre alle classiche cooperative rurali. Questa costituzione garantiva la libera iniziativa economica individuale ed assegnava allo stato il compito di promuovere la produttività e l’efficienza economica. Grazie a queste novità, veniva, per la prima volta, inserita una minima tutela nei confronti dei lavoratori.

Successive riforme hanno portato a quella che è il modello attuale:

– 1988, Art. 10: ammissione del trasferimento del diritto di utilizzo della terra.

– 1988, Art. 11: rafforzamento delle forme di promozione e tutela dell’iniziativa economica privata.

– 1993, Art. 15: assegnazione allo Stato del compito di mettere in atto un sistema fondato sull’economia socialista di mercato.

– 1999, Art. 11: (aggiunta) riconoscimento dell’iniziativa economica privata quale componente importante dell’economia socialista di mercato.

– 2004, Art. 13: dichiarazione dell’inviolabilità della proprietà privata legittima dei cittadini.

– 2004, Art. 14: assegnazione allo stato del compito di mettere in opera un sistema di previdenza sociale.

Il sistema di mercato, come vedremo, sarebbe in grado di generare i diritti umani perché alcune libertà di autonomia privata, capacità giuridiche di agire e poteri attribuiti al soggetto, sono coessenziali al mercato e vengono esercitate in uno spazio giuridico al riparo dall’interferenza dello Stato. Lo sviluppo economico può essere inteso come il processo attraverso il quale il livello di benessere di una collettività, ovvero dei singoli che la compongono, viene accresciuto. Il miglioramento delle condizioni materiali di vita costituisce di per sé un passo in avanti per i diritti umani. Per comprendere lo sviluppo economico cinese, dunque, non si può prescindere dall’analisi del sistema di governo locale e dell’attenzione dello stesso nei diritti umani.

Chiaramente questo sono solamente dei piccoli passi, La Cina è ancora estremante indietro, rispetto alla media dei paesi civilizzati, nei confronti dei diritti umani. Attualmente, malgrado i continui richiami internazionali, uno degli obiettivi primari del diritto penale cinese, accanto al controllo sociale, è la tutela della funzionalità e dell’ordine dell’economia. Il riconoscimento dei diritti è limitato agli ambiti che non disturbano gli assetti di potere esistenti e non mettono in pericolo l’egemonia del partito unico, permettendo allo stesso tempo la crescita economica.

LA COSTITUZIONE ECONOMICA GENERATRICE DI DIRITTI UMANI

L’integrazione economica internazionale della Cina trae origine dalle politiche introdotte da Deng Xiaoping a partire dalla fine degli anni Settanta, le quali hanno condotto il paese a registrare trasformazioni radicali del sistema economico insieme a tassi di crescita eccezionali. L’apertura ai capitali esteri e l’introduzione di nuove regole del mercato interno, hanno consentito il graduale sviluppo del settore economico privato, il quale grazie alla sua dinamicità, è stato capace in breve tempo ad attirare ingenti somme di investimento da parte di operatori stranieri insieme ad un notevole incremento delle risorse dei cinesi d’oltremare.

Questi grandi cambiamenti sono scaturiti dal primo congresso in materia (1978), durante il quale si discusse sull’esigenza di una svolta del sistema economico-giuridico della Cina popolare. In quell’occasione venne convenuto che, sebbene la pianificazione centralizzata dovesse restare il tipo di economia dominante, sarebbero stati introdotti elementi di decentralizzazione (autonomie locali) e sarebbe stata incoraggiata la formazione di imprese private. Nella visione di Deng Xiaoping, la decentralizzazione fiscale era uno strumento da utilizzare per un graduale processo di transizione da un’economia pianificata a quella che lo stesso Xiaoping definì “economia socialista di mercato”, una nuova struttura economica che combinava il socialismo, che reggeva la struttura amministrativa ed istituzionale, ad un sistema economico che prevedeva il libero mercato e il libero scambio.

L’economia del libero mercato vede infatti la centralità dei soggetti privati nella gestione delle imprese, un ruolo dello stato puramente marginale e l’esaltazione della proprietà privata come canone essenziale del funzionamento del sistema economico; l’ideologia socialista ruota invece intorno alla proprietà statale dei mezzi di produzione e alla pianificazione centralizzata dell’economia. Si cercava dunque di creare una “Chimera“, figlia di queste due correnti di pensiero radicalmente contrapposte.

Questi cambiamenti nel mercato cinese sarebbero stati in grado di generare diritti umani; alcune libertà dell’autonomia privata, capacità giuridiche di agire e poteri attribuiti al soggetto costituirebbero gli ingredienti necessari al mercato; elementi che necessitavano di uno spazio giuridico al riparo dell’interferenza dello Stato.

Il processo di liberalizzazione e l’apertura all’iniziativa economica privata attraverso le revisioni costituzionali, avrebbero attratto numerosi capitali esteri. Gli investitori stranieri puntavano già da tempo all’enorme bacino di manodopera cinese a basso costo, utilizzabile sia nei settori a forte intensità di lavoro sia in quelli ad alta tecnologia. La Cina, grazie alle grandi riforme degli ultimi anni, risulta essere ad oggi uno dei luoghi che più fanno gola ai grandi capitali mondiali.

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