A giudizio dello storico dell’Università Statale di Milano, solo un distacco di due-tre punti tra PD e M5S provocherebbe un terremoto politico-istituzionale. Ecco gli effetti sismici di una eventuale affermazione grillina su Quirinale, governo e Parlamento...

Un’avanzata rilevante o una clamorosa vittoria del Movimento Cinque Stelle nel voto per il rinnovo del Parlamento europeo potrebbe provocare effetti dirompenti nel panorama politico e istituzionale italiano. È la tesi espressa in una conversazione con Formiche.net da Aldo Giannuli, storico dell’Università Statale di Milano e tra gli studiosi più autorevoli delle trame eversive, terroristiche e mafiose, che hanno insanguinato l’Italia del dopoguerra, oltre che firma talvolta del blog di Beppe Grillo.

Con quale soglia di consensi gli esponenti Cinque Stelle potranno rivendicare un successo elettorale?

Se il M5S conquistasse il 30 per cento dei voti e il Partito democratico salisse al 37, non si potrebbe parlare di vittoria. Soprattutto in presenza di un’elevata astensione, più consistente rispetto alle elezioni politiche del febbraio 2013. Ben diversa l’eventualità che il PD si fermasse poco oltre il 30 per cento e i penta-stellati raggiungessero almeno il 27-28 per cento dei suffragi, con una forbice di due-tre punti di distacco.

Perché sarebbe diverso?

Si tratterebbe di una sconfitta politica per il Nazareno, che nelle rilevazioni demoscopiche veleggia attorno al 33-35 per cento ed è condannato a vincere. Ricordo peraltro che nella tornata elettorale di domenica vi sarà un 13 per cento di consensi andato lo scorso anno a Scelta Civica e Fermare il declino, e che oggi appare convogliato verso il partito di Matteo Renzi.

Quali effetti avrebbe un’affermazione del M5S nel voto europeo?

L’ipotetico ballottaggio previsto dall’Italicum per la conquista del governo vedrebbe protagonisti Renzi e Beppe Grillo con l’estromissione di Forza Italia. Ragion per cui la riforma elettorale approvata dalla Camera dei deputati cadrebbe nel dimenticatoio. Vi sono tuttavia incognite da ponderare.

Quali?

Bisogna considerare l’evoluzione della crisi economica, e le ripercussioni che potrebbe avere a livello mondiale la brusca frenata dello sviluppo di realtà come Brasile, Cina, Usa. Tenendo sempre a mente le difficoltà dell’Europa sul fronte delle banche e dei debiti sovrani. E ricordando che entro la fine del 2014 termineranno gli effetti benefici prodotti dall’acquisizione di mille miliardi di euro di titoli di Stato compiuta dalla BCE di Mario Draghi. Un’operazione finalizzata anche a placare le acque politico-elettorali nel nostro Paese, e a favorire l’azione riformatrice del governo.

La maggioranza di governo rischia un contraccolpo decisivo?

Non ne sono sicuro. Soltanto lo scenario di un Movimento Cinque Stelle al 34 per cento dei voti e di un PD al 29 metterebbe in crisi la legittimazione dell’esecutivo aprendo la strada alle urne. Ma l’obiettivo strategico dell’attuale Parlamento è durare. Un terzo premier non scelto dai cittadini sarebbe un’operazione troppo spregiudicata. A quel punto la nomenclatura del Partito democratico preferirebbe far cuocere a fuoco lento il proprio segretario a Palazzo Chigi, riprendendo in mano le redini del Nazareno.

Il Partito democratico di Matteo Renzi dunque corre seri rischi?

È presto per dirlo. Nel caso di forte astensione bisognerà vedere chi perderà meno voti. Poi è necessario valutare con attenzione la cornice politica del Vecchio Continente, magmatica e in continua trasformazione. Nella quale le formazioni ostili all’Unione economico-monetaria e alla stessa UE stanno aumentando consenso, dal Regno Unito alla Grecia fino alla Germania. A riprova di una autentica rivolta popolare verso l’odierna Europa.

La vittoria del M5S provocherà le dimissioni di Giorgio Napolitano?

Difficile che ciò avvenga a giugno. È più probabile a novembre-dicembre. Se però vi sarà un trionfo senza precedenti con un M5S oltre il 30 per cento dei suffragi, ritengo arduo che Napolitano resti al Quirinale. Per una valutazione di opportunità politica, non certo per un inesistente obbligo giuridico-costituzionale. Esattamente come accadde nel 1978 con le dimissioni dell’allora Capo dello Stato Giovanni Leone.

L’affermazione delle Cinque Stelle costituirebbe il colpo di grazia per il centro-destra?

Potrebbe determinare lo sgretolamento di Forza Italia, con l’archiviazione delle riforme istituzionali e il ritorno alle urne. Sempre che la lotta per la nuova leadership conservatrice-moderata non prolunghi la legislatura.

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