La crisi libica preoccupa il governo Renzi, che chiede un maggiore protagonismo dell’Europa e delle Nazioni Unite per evitare che il collasso del Paese – con i suoi riflessi su un aumento dei rischi energetico, terroristico e migratorio -, si ripercuota sull’Italia e sul resto del Vecchio Continente.

Scenari e prospettive in una conversazione di Formiche.net con Andrea Manciulli (Pd), vicepresidente della commissione Esteri della Camera e presidente della delegazione presso l’assemblea della Nato.

Onorevole, come commenta quanto accade in Libia?
L’esecutivo è molto preoccupato, il deserto libico è ormai fuori controllo, ed è dominio incontrastato di bande armate, che hanno più di qualche correlazione con il traffico degli essere umani e gli sbarchi sulle nostre coste.

Che cosa dovrebbe fare la comunità internazionale per la Libia?
Condivido quanto detto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal ministro degli Esteri Federica Mogherini. È necessario un impegno della Nazioni Unite e maggiore sensibilità da parte dell’Europa e premeremo in tutte le sedi internazionali perché ciò avvenga. La Libia deve diventare una priorità assoluta per il Vecchio Continente. A mio parere è arrivato il momento che anche Bruxelles e i singoli Paesi ancora reticenti inizino a preoccuparsi delle sorti del Mediterraneo.

Immagina un ruolo attivo dell’Alleanza Atlantica?
Cogliamo la disponibilità della Nato che con il suo segretario generale Rasmussen ha garantito l’impegno a migliorare la sicurezza nel Paese, ma penso che in questa fase a recitare un ruolo maggiore debbano essere le Nazioni Unite.

In che modo l’Onu potrebbe aiutare a pacificare il Paese?
Sicuramente non immagino per la Libia un intervento di enforcing (che non è adatto al Paese), né la perdita di altro tempo con la demagogia. Sarebbe piuttosto il caso di mandare un inviato che si occupi del tema della pacificazione, lavorando seriamente per favorire il dialogo tra le varie anime che compongono la nazione. Lo scopo è quello di rafforzare lo Stato libico, ora talmente debole da essere quasi inesistente.

Il generale Khalifa Haftar può essere considerato un interlocutore fondamentale e utile per l’Occidente?
Questo non sono in grado di dirlo. Ma è importante che ci sia un solo interlocutore per tutti. Uno dei problemi dell’attuale instabilità della Libia è, in qualche modo, la proliferazione di voci.

Quale il ruolo dell’Italia?
Il nostro Paese deve rafforzare il suo impegno per costituire quel ponte culturale ed economico tra il Sud dell’Europa e la Libia. Lo sta già facendo addestrando le forze militari del Paese. Auspico che questi sforzi si moltiplichino, in questo come in altri frangenti.

Quali i rischi maggiori di un perdurare della crisi?
Ad alcuni ho già accennato: aumento di flussi migratori incontrollati e del rischio di attentati terroristici. Fenomeni spesso collegati tra loro visto che i proventi del primo finanziano i secondi. Ma l’altra grande questione è la sicurezza energetica. La ridotta capacità produttiva che deriva dal controllo dei pozzi da parte di gruppi ribelli rischia di mettere in ginocchio il nostro Paese. Se per il gas dipendiamo dall’est, per il petrolio dipendiamo dal sud e dall’approvvigionamento di greggio dalla Libia. Un quadro come quello attuale in cui entrambe le fonti incerte è di assoluto allarme. Mi stupisco che non sia un tema centrale della campagna elettorale per le elezioni europee. Spero che nel Parlamento cresca l’attenzione per questi temi. Ed è altrettanto allarmante come il dibattito verta solo sulla riduzione dei nostri sistemi di difesa, proprio in un momento in cui i rischi aumentano.

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