L’ex leader di MSI, AN e FLI punta a ricomporre la diaspora delle forze moderate ma ritiene impensabile una riedizione della Casa delle libertà. Ecco il resoconto della prima uscita pubblica del nuovo movimento capeggiato dall'ex ministro degli Esteri ed ex ministro della Camera e le foto di Umberto Pizzi...

La scienziata politica Sofia Ventura aveva espresso un giudizio tagliente sul ritorno di Gianfranco Fini nell’agone politico. Ritorno che oggi viene ufficializzato nell’assemblea aperta e permanente “L’Italia che vorresti. La tua idea per una destra che non c’è”, promossa al Palazzo dei Congressi di Roma da Partecipa.info e LiberaDestra.

CHI C’ERA AL RITORNO IN POLITICA DI FINI. LE FOTO DI PIZZI

UN MONDO VARIEGATO

Un’iniziativa che vede la partecipazione di antichi e nuovi protagonisti della travagliata e magmatica galassia conservatrice, moderata, nazionale, liberale.

Alla presenza dei compagni di viaggio di Futuro e Libertà Roberto Menia, Enzo Raisi, Aldo Di Biagio, Flavia Perina, Giuseppe Consolo, si affianca quella di Giuseppe Tatarella e del leader dei Cristiano riformisti Antonio Mazzocchi.

Ma la figura che più di ogni altra ha suscitato sorpresa tra gli addetti ai lavori è l’ex segretario della Fiamma Tricolore Luca Romagnoli, che condivise con Pino Rauti l’avversione radicale alla storica Svolta di Fiuggi.

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FUORI DAL PALAZZO

Ripartire da zero è la parola d’ordine che anima il movimento di Gianfranco Fini. Il quale riconosce gli errori compiuti nel corso di 4 difficili anni seguiti alla “rottura dolorosa con Silvio Berlusconi”. Nessuna seduta psicoanalitica fatta di recriminazioni, rimpianti, accuse, sfoghi. La destra, spiega l’ex presidente della Camera dei deputati, è troppo divisa e frammentata tra ripicche e rivalse. È bene guardare avanti.

E guardare avanti vuol dire rivolgersi ai cittadini delusi dall’offerta politica di tutte le formazioni di centro-destra, non ai partiti presenti in Parlamento. La strada per “restituire valore a un’identità gloriosa e pulita” non passa per le alleanze tattiche tra oligarchie né per una sommatoria delle sigle esistenti.

NO AL PASSATO

Ricalcando la traiettoria tracciata pochi giorni fa dal leader di Italia Unica Corrado Passera, Fini denuncia lo stallo di una destra che rischia di far governare l’abile e pragmatico Matteo Renzi per vent’anni a causa della mancanza di una credibile alternativa. E punta, con toni più morbidi e senza evocare rottamazioni, a una ricomposizione della diaspora conservatrice.

Ma al contrario degli esponenti di Forza Italia, l’ex capo della Farnesina non ritiene realistico aggregare in un caravanserraglio variopinto realtà incompatibili su Europa, moneta unica, immigrazione come Nuovo Centro-destra, Lega Nord, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale.

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UN SILENZIO SIGNIFICATIVO

Il rinnovamento della destra richiede per Fini la creazione di una nuova classe dirigente. La “sintesi di tradizione e modernità” esclude logiche di cooptazione ma anche una selezione generalizzata dal basso che a suo parere premierebbe chi ha più risorse economiche. La ricetta è l’adozione di criteri meritocratici. Ma gli strumenti per applicarla restano evanescenti.

Allo stesso modo nessun passaggio del suo intervento tocca i fermenti sorti attorno alla proposta di una “Leopolda Blu” per l’azzeramento del ceto dirigente moderato e la scelta della nuova leadership tramite elezioni primarie.

E non una parola viene pronunciata in merito ai temi eticamente rilevanti e alle libertà civili su unioni civili, testamento biologico, fecondazione assistita, ricerca scientifica. Problematiche che avevano connotato il profilo “laico” della proposta di Fini negli ultimi tempi provocando conflitti e polemiche aspre nel centro-destra.

L’OPINIONE SULLA MOGHERINI

La “destra repubblicana” prefigurata dall’ex leader di AN osteggia i populismi demagogici a partire da quelli anti-euro. È fortemente europeista e non teme la condivisione della sovranità. Punta sull’Europa delle patrie prospettata da Charles De Gaulle. E spera che, in una UE protagonista sul piano politico, diplomatico e militare, Federica Mogherini diventi la responsabile della politica estera e di difesa comunitaria.

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SPESA E DEBITO

Sul terreno economico-finanziario europeo l’ex presidente di Montecitorio reputa essenziale una strategia unitaria per sostenere la valuta unica, non limitandosi al rispetto dei parametri di bilancio. E rendere più flessibili tali vincoli come è riuscito a ottenere il premier Matteo Renzi “non può tradursi in alibi per alimentare una spesa pubblica improduttiva”.

LA DESTRA LEGALITARIA

Grande rigore, unito a una sottile allergia verso lo spirito garantista, caratterizza la visione del nuovo soggetto politico nel campo della giustizia.

Combattere la corruzione diffusa e onorare chi serve lo Stato vestendo una divisa. Evitare di essere feroci con i più deboli e accondiscendenti verso i privilegi e le illegalità dei potenti: “Perché chi viene coinvolto in indagini giudiziarie scabrose deve fare un passo indietro rispetto al suo ruolo pubblico”. Riconoscere la cittadinanza a chi lo merita e lo vuole rifiutando le tendenze xenofobe. Sono queste le idee-forza enunciate da Fini.

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UNA RICETTA LIBERALE

Lontana da velleità stataliste, la nuova “destra repubblicana” riprende e attualizza la “rivoluzione liberale” del 1994: Stato credibile, leggero ed efficiente. Leggi comprensibili e burocrazia efficace nei confronti di chi compie il proprio dovere.

Fulcro del tessuto economico, rimarca l’ex leader del MSI, è la creazione reale di ricchezza e non la finanza che ne è lo strumento. Per tale ragione “bisogna ridurre una pressione fiscale intollerabile per il reddito da lavoro e per i nuclei familiari, mantenendo una tassazione significativa verso le rendite speculative”.

LAVORO E BUROCRAZIA

Ma è paradossale, osserva Fini, che le forze del centro-destra rimangano silenziose o guardino altrove nel momento in cui il governo Renzi prefigura un cambiamento rilevante nel mercato del lavoro e nel welfare, sfidando i veti conservatori della CGIL: “Ragionamento analogo vale per il pacchetto di interventi innovatori sulla Pubblica amministrazione”.

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I POTERI DELLE REGIONI

Un capitolo che presenta profondi legami con il percorso di riforme istituzionali. Riguardo al quale Fini valuta positivamente il confronto per archiviare il bicameralismo perfetto, ma preferirebbe passare a un assetto mono-camerale. Puntando al contempo sull’elezione popolare del Capo dello Stato, antica bandiera della destra italiana.

Ma l’autentica modernizzazione riguarda a suo giudizio l’aggressione alla montagna della spesa regionale – “vera causa del debito pubblico” – provocata da una revisione costituzionale che ha conferito agli enti territoriali troppe competenze spesso concorrenti con le prerogative dello Stato.

LA RIFORMA ELETTORALE

Ragionamento opposto a quello su un altro tema caldo dell’agenda parlamentare. Fini rifiuta di pronunciarsi sul contenuto del meccanismo di voto all’esame di Palazzo Madama: “La riforma elettorale è l’ultimo dei problemi per i cittadini”.

Argomentazioni singolari per un leader politico che nel 1999 aveva promosso con i Radicali un referendum per abrogare la quota proporzionale del Mattarellum e giungere a una legge maggioritaria uninominale di stampo britannico. Favorendo un regime di tendenziale bipartitismo e la costruzione di una grande forza unitaria liberal-conservatrice, plurale e aperta, che manca tuttora nel nostro paese.

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