Ecco come l’Isis mette a rischio anche gli affari cinesi in Irak

Ecco come l’Isis mette a rischio anche gli affari cinesi in Irak

Quando l’allora numero uno di Eni, Enrico Mattei, diede loro l’appellativo di “sette sorelle”, le compagnie petrolifere anglosassoni avevano ben pochi rivali in Medio Oriente, Irak compreso.

Oggi la situazione sembra molto diversa. Complice la crisi politica che da anni attanaglia Baghdad e che in queste ore si concretizza con l’ascesa dei jihadisti dell’Isis, al fianco dei player tradizionali si sono affiancati attori che fanno capo a Paesi emergenti, come ad esempio la Cina.

IL PESO DI PECHINO

La presenza di Pechino nel Paese, racconta Roberto Bongiorni sul Sole 24 Ore, inizia nel 2009, quando l’allora ministro iracheno del petrolio, Hussain al-Shahristani, indisse “due storici round di gare per l’esplorazione e il potenziamento dei giacimenti petroliferi. Le compagnie energetiche cinesi fecero incetta di contratti“. Era la prima volta dal 1972, “quando il Governo di Baghdad diede il via alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera, che l’Irak apriva al mondo il suo tesoro petrolifero“.

GLI AFFARI DI PETROCHINA (E NON SOLO)

La sola PetroChinaspiega il cinese Global Times – svolge attività con quote rilevanti in quattro grandi giacimenti, Ahdeb, Rumaila, Halfaya e West Qurna.
La compagnia di Pechino è il singolo investitore straniero più grande nel petrolio dell’Irak e la Cina è il più rilevante cliente del greggio di Baghdad, quinto fornitore energetico del Dragone (nel 2013 le esportazioni petrolifere dal Paese mediorientale a quello asiatico sono cresciute del 50%).
Secondo il ministero degli Esteri cinese, ci sono attualmente più di 10mila cittadini di Pechino che lavorano in Irak per imprese della nazione asiatica. La maggior parte di questi sono impiegati proprio dalle compagnie petrolifere, mentre altri sono coinvolti nella costruzione di infrastrutture e in imprese private.

IL SORPASSO AGLI USA

La Cina – riporta BloombergBusinessweek citando dati della US Energy Information Administration – nel settembre dello scorso anno è diventato il più grande importatore netto mondiale di petrolio greggio e di altri combustibili liquidi, superando gli Stati Uniti, che hanno invece aumentato la produzione interna grazie anche a petrolio e gas di scisto. Un trend evidente anche in Irak, dove a fine 2013 PetroChina ha firmato un accordo con l’americana Exxon Mobil per acquistare una quota del 25% nel giacimento gigante di West Qurna 1.

FUGA DALL’IRAK

La recente crisi irachena mette però in discussione l’equilibrio attuale. Tutti i maggiori giacimenti si trovano al centro o a sud dell’Irak, un’area a forte maggioranza sciita, dove il governo controlla ancora con sicurezza le risorse.

I ribelli sunniti sono impegnati nella parte settentrionale del Paese e questo ha consentito che la produzione non subisse flessioni fino a questo momento. Tuttavia la situazione potrebbe degenerare e – svelano Reuters, Cnn e altri organi d’informazione -, proprio in queste ore le compagnie petrolifere stanno evacuando i propri impianti nel Sud per ragioni di sicurezza. ExxonMobil sta portando avanti “una grande evacuazione”, mentre British Petroleum ha portato via il 20% del suo staff. Il gigante petrolifero malese, Petrobas, ha deciso di far partire 28 dei 166 impiegati in Iraq. Solo Eni per il momento preferisce rimanere a pieno regime nel Paese, pur seguendo il dipanarsi degli eventi “con estrema attenzione”, ha dichiarato il suo ad Claudio Descalzi.

I TIMORI DEL DRAGONE

Anche i cinesi di PetroChina – controllata del colosso di stato China National Petroleum Corporation, una delle “nuove sette sorelle” indicate dal Financial Times – stanno portando via lo staff “non essenziale” e sono preoccupati dell’evolvere del conflitto, che – mette in allerta il South China Morning Post – potrebbe incidere sul prezzo della materia prima.
Così, rompendo la tradizionale non ingerenza nella politica interna della altre nazioni che l’aveva portata a vedere di cattivo occhio la campagna americana per deporre Saddam Hussein, stavolta Pechino si è fatta sentire. Attraverso la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, la Cina ha detto di stare “prestando molta attenzione alla recente situazione della sicurezza in Irak” aggiungendo che “per molto tempo” Pechino ha fornito al Paese “ogni sorta di aiuto ed è pronta a dare qualsiasi aiuto possibile”.

ultima modifica: 2014-06-19T13:15:22+00:00 da Michele Pierri

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