Ecco perché il vero problema dell’Italia è la deindustrializzazione

Ecco perché il vero problema dell’Italia è la deindustrializzazione
Se si deindustrializza il Paese, la produttività non può che scendere, se essa cala, aumenta il debito pubblico e quella che un antico analista americano chiamava “la crisi fiscale dello Stato”.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La deindustrializzazione è il vero problema economico, strategico, geopolitico e sociale del nostro Paese.

Dal 2007 in poi, il nostro capitalismo è arretrato, in proporzione, di un secolo. E c’è anche da meditare sui fallimenti: dal 2009 ad oggi, i fallimenti di imprese in Italia sono stati oltre 45.000, mentre gran parte delle imprese ancora attive è in mano straniera. Siamo un Paese di imprese ormai di fatto “terziste”.

La Germania si è adattata alla moneta unica, che oggi è un Marco “rivestito”, creando le condizioni per una deindustrializzazione italiana e spagnola, aree dove fare shopping di imprese e comunque da condizionare evitando che facciano concorrenza all’export tedesco. E’ duro dirlo, ma è così. Sempre dal 2007, la nostra produzione industriale è calata del 20%, abbiamo perso oltre mezzo milione di posti di lavoro, solo a causa del processo di spegnimento industriale e produttivo del nostro Paese.

Dietro l’Euro c’era un progetto geopolitico, strategico, finanziario che la classe dirigente italiana, di allora e, ancor peggio, di oggi non ha capito in tutte le sue implicazioni che erano, appunto, geopolitiche, globali e strategiche.

La moneta unica non era la panacea di tutti i mali del sistema Italia, era un modo per spostare ad un altro e più alto livello non la collaborazione e la sinergia economica tra i Paesi UE, ma il modo della loro concorrenza interna.

Se non c’è poi l’impresa, che è una combinazione ottimale dei fattori di produzione ed applica, come dicevano David Ricardo e Marx, la scienza e la tecnica al lavoro umano, rendendolo produttivo come mai nella storia, non c’è modo di produrre il surplus necessario a pagare sia quel che rimane del Welfare State che a creare i posti di lavoro che sono necessari per assorbire una disoccupazione giovanile ormai al 50%. Il Rapporto della Commissione UE sulla politica industriale, da poco disponibile, è chiaro al riguardo: senza industria diffusa la produttività non può che calare: gli USA, dal 2000 in poi, hanno visto aumentare la produttività media del 3,5% l’anno, in tutta l’UE invece la produttività media è cresciuta del 2,5%. E l’Italia, insieme alla Finlandia, ha una produttività oraria rispetto al PIL tra le più basse di tutta l’UE a 27.

Se si deindustrializza il Paese, la produttività non può che scendere, se essa cala, aumenta il debito pubblico e quella che un antico analista americano chiamava “la crisi fiscale dello Stato”.

E se aumenta il debito pubblico, aumenta anche la necessità di liquidità da parte delle imprese ancora aperte, e si avvia una concorrenza tragica tra imprese e governi per acquisire i capitali finanziari che, in fase di scarsa produttività, sono sempre più scarsi, volatili e speculativi.

Un cerchio da spezzare. Come? Ripensando ad una politica pubblica che rifinanzia direttamente le imprese, magari con gli strumenti nuovi che la BCE si appresta a fornire, sostenendo davvero il nostro export, non con i convegni ma con la vera assistenza a chi esporta. Mi ricordo di aver trovato in Cina un nostro imprenditore del settore delle macchine utensili che era arrivato fin nell’Impero di Mezzo con il sostegno della Confindustria tedesca, e non del nostro sistema diplomatico. Ecco, qui c’è davvero da “cambiare verso”.

Occorre far finanziare, anche dai canali internazionali, l’upgrade tecnologico delle nostre aziende e, infine, occorre rimeditare i vecchi progetti di Hjalmar Schacht che, nel pieno della crisi da svalutazione del Marco dopo la Pace di Versailles, si inventò i “buoni” MEFA, delle cambiali che venivano obbligatoriamente scontate dalle banche tedesche, e l’”esercito del lavoro” che ricostruì gran parte delle infrastrutture germaniche. Era l’idea anche di un grande economista liberale oggi troppo dimenticato, Ernesto Rossi, che nel secondo dopoguerra pensò ad una organizzazione per dare un salario e una collocazione agli infiniti disoccupati italiani che, come Schacht, doveva rifare tutte le infrastrutture distrutte. Occorre oggi pensare in grande e in modo inconsueto, altrimenti ci troveremo a fare, come dicono i contadini toscani, l’”arrosto con i pulcini”.

Giancarlo Elia Valori
Presidente de “La Centrale Finanziaria Generale Spa” e  professore di Economia e Politica Internazionale presso la Peking University

ultima modifica: 2014-06-09T12:57:37+00:00 da Giancarlo Elia Valori

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