“La sfida grande della Chiesa oggi è diventare madre, madre, non una Ong ben organizzata, con tanti piani pastorali. Ne abbiamo bisogno, ma quello non è l’essenziale, quello è un aiuto alla maternità della chiesa”. Ha parlato quasi interamente a braccio, il Papa, ieri pomeriggio nell’Aula Nervi. A riempire l’aula, tanti parroci e fedeli laici della diocesi di Roma lì convenuti per l’apertura del Convegno ecclesiale che conclude l’anno pastorale della diocesi di cui Francesco è vescovo.

“LA CHIESA SIA MADRE E NON ZITELLA”

Si è soffermato sulla missione della chiesa, il Pontefice, sull’esigenza di iniziare un cammino di “conversione pastorale missionaria“. Si tratta di un “cammino che si fa e si deve fare”, ma “conversione non è facile, perché è cambiare la vita, cambiare metodo, cambiare tante cose, anche l’anima. Se noi come chiesa non sappiamo generare figli, qualcosa non funziona”, ha aggiunto Francesco, osservando che proprio questa è “la sfida grande della chiesa oggi: diventare madre. Se la chiesa non è madre, diventa una zitella. Non è feconda”. L’identità della chiesa è quella di “evangelizzare, cioè fare figli”. Su questo punto, come già accaduto altre volte in passato, il Pontefice ha chiarito che “non si tratta di andare a cercare proseliti, di andare a suonare al citofono. La chiesa – ha aggiunto – non cresce per proselitismo, cresce per attrazione, per attrazione materna, per questo offre maternità. Cresce per tenerezza, per la maternità, per la testimonianza che genera sempre più figli”. Una madre che “è un po’ invecchiata” e pertanto necessita di essere “ringiovanita, ma non portandola dal medico che fa la cosmetica”.

“FONDAMENTALE RECUPERARE LA MEMORIA”

E’ l’individualismo a portarci “alla fuga dalla vita comunitaria“. Ormai, ha osservato Francesco, “andiamo a visitare un’istituzione che non è più madre, ci dà una certa identità, come la squadra di calcio: ‘Sono tifoso di questa squadra, sono tifoso della cattolica!'”. La ricetta, è una: “Dobbiamo recuperare la memoria, la memoria della chiesa che è popolo di Dio. A noi – ha detto il Papa – manca il senso della storia. Abbiamo paura del tempo: niente tempo, niente percorsi, niente. Tutto adesso! Siamo nel regno del presente, della situazione. Soltanto questo spazio, questo spazio e niente tempo”. Ecco perché “recuperare la memoria nella pazienza di Dio, che non ha avuto fretta nella sua storia di salvezza, che ci ha accompagnato lungo la storia, che ha preferito la storia lunga per noi, di tanti anni, camminando con noi”.

“LA PORTA DELLA CHIESA SIA SEMPRE APERTA”

Fondamentale, poi, è mostrare accoglienza e tenerezza: “Ma quando noi vediamo la povera gente che va alla parrocchia con questo, con quell’altro e non sa come muoversi in questo ambiente, perché non va spesso in parrocchia, e trova una segretaria che sgrida, che chiude la porta”, questa gente “non sente a casa di mamma. Forse si sente nell’amministrazione”. E la porta, “la si può chiudere in tante maniere”.

“RIPENSARE IL FUNZIONAMENTO DELLE PARROCCHIE”

La conversione richiesta ha anche a che vedere con il ripensamento di “quanto le nostre parrocchie sono accoglienti, se gli orari delle attività favoriscono la partecipazione dei giovani, se siamo capaci di parlare i loro linguaggi, di cogliere anche negli altri ambienti le possibilità di annunciare il Vangelo”. E’ necessario – ha detto Francesco – “diventare audaci nell’esplorare nuove modalità con cui le nostre comunità siano delle case dove la porta è sempre aperta”. Decisivo, però, è che “all’accoglienza segua una chiara proposta di fede“.

“IL VESCOVO PUO’ SEMPRE NASCONDERSI DIETRO IL SUA ECCELLENZA”

Infine, chiosa sul servizio del parroco: “Fare il parroco non è facile. E’ più facile fare il vescovo che il parroco. Perché noi vescovi sempre abbiamo la possibilità di prendere le distanze, o nasconderci dietro il ‘Sua Eccellenza’. Ma fare il parroco, quanto di bussano alla porta, non è facile”. E l’esempio dell’importanza dei parroci, a giudizio del Papa, lo si vede proprio in Italia: “la chiesa italiana è tanto forte grazie ai parroci, hanno lasciato una memoria di evangelizzazione”.

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