Le riflessioni dell'economista e leader di Fare, Michele Boldrin, dopo la scoppola elettorale di Scelta Europea il 25 maggio, tratte dal sito Noisefromamerika di cui è stato uno dei fondatori

Provo a riflettere su quel che è andato storto nell’esperienza di Fare per Fermare il Declino durante quest’ultimo anno circa. Lo faccio qui da un punto di vista del tutto soggettivo, perché le mie responsabilità in questa vicenda sono, nel bene e nel male, maggiori di quelle di chiunque altro. Le controversie su cosa si sarebbe potuto fare altrimenti e cosa fare in futuro le rimandiamo alle puntate seguenti. Per oggi basta questo, poi dal personale passeremo al politico.

Ho la reputazione di essere persona inflessibile, poco prona alle concessioni tattiche e con tendenze “savonaroliane”. Un “caratteraccio”, nella versione amichevole, un “arrogante insopportabile” in quella più diffusa.

Quando si prova a fare politica – come ho provato durante l’ultimo anno e mezzo – detto “caratteraccio” implica una certa tendenza a far di testa propria, rifuggendo dai compromessi e favorendo le prese di posizione nette che lasciano poco spazio al dubbio e che la maggioranza delle persone tende a classificare come “estremiste” o “velleitarie”. Insomma, che io sia un velleitario arrogante, poco propenso ai compromessi ed alle pragmatiche mediazioni, credo sia oramai parte della vulgata e non proverò a convincere nessuno del contrario, non è questo il punto del post.

Al contrario: il punto del post è che, ad oggi, l’errore che maggiormente mi rode, fra i molti compiuti durante gli ultimi dodici mesi (infatti, durante gli ultimi ventiquattro ma, volendo evitare di riaccendere polemiche oramai utili solo alle pantegane, mi asterrò qui dal ritornare sui mesi precedenti), è di non essere stato a sufficienza me stesso, ossia un velleitario arrogante poco propenso ai compromessi ed alle pragmatiche mediazioni. E vi posso garantire che questo errore, perdippiù ripetuto nel tempo, mi rode assai e forse non smetterà mai di rodermi.

Vado per sommi capi, al fine di far intendere quali siano, concretamente, i fatti che m’hanno condotto a questa spiacevole confusione. Spiacevole perché, se vera come credo sia, essa suggerisce sia molto meglio io mi dedichi a fare cose altra dalla politica attiva. Ma a questa conclusione vorrei arrivare solo alla fine, lasciatemi che ora racconti alcuni fatti. Tutti documentabili assai anche se mi prenderò qui la licenza di omettere i documenti per brevità.

Tenetevi forte che comincio dal lato forse più sorprendente: ho sbagliato a fidarmi di Guy Verhofstadt (GV, da ora in poi). Uomo simpatico, di ottima cultura e gradevolmente poliglotta oltre che capace di performances eccezionali nei pubblici dibattiti; ma incapace di far altro che mediare ed assolutamente alieno alle realtà della situazione italiana odierna. Quando abbiamo cominciato a lavorare con GV per costruire una lista ALDE italiana (ALDE era, di fatto, l’unico “partito europeo” a cui ci sembrava non irragionevole aderire, spero che questo possa apparire ovvio al lettore senza ulteriori argomentazioni mie) egli aveva idee piuttosto “ecumeniche” su chi doveva farci parte. A suo avviso dovevamo stare tutti assieme da (in ordine alfabetico) Altissimo a Bonino, da Di Pietro a La Malfa, da Monti a Rutelli oltre, ovviamente, a quelli che hanno poi fatto per davvero Scelta Europea. Il mio istinto mi fece dire, sin dal giugno 2013, che questa insalata russa sarebbe risultata in un suicidio collettivo ma non ebbi, allora quando era il momento di averla, la lungimiranza ed il coraggio di dire “Arrivederci, noi andremo da soli o non andremo”. Accettai di lavorare per convincere che si poteva fare una lista unitaria lasciando fuori tutti quelli che poi fuori rimasero (e non son pochi) e che tale lista unitaria avrebbe avuto senso se e solo se avesse avuto davvero le caratteristiche dell’embrione di quel “partito che non c’e'” e che, alla data di oggi, credo non ci sarà per un lungo tempo. Ed ovviamente sbagliai a non ascoltare l’istinto perché così facendo mi infilai nel classico slippery slope dove una mediazione tira l’altra, come le ciliegie che (come ben sa ogni persona che ne abbia abusato) provocano alla fine effetti intestinali sgradevoli alquanto.

Qui comincia il secondo errore, che durò sino a febbraio 2014. Illudermi di lavorare per una lista unitaria, con un unico simbolo, raccolta di firme e primarie d’area fu come fumarsi dell’oppio nella consapevolezza che, al risveglio, la realtà sarà ben diversa da quella sognata nel frattempo. Ma quell’oppio mi fumai andando a cercare a destra e a manca i possibili partner di un’aggregazione liberal-popolare che esisteva, con il senno di poi, solo nella mia testa piena d’oppiacei. Non v’era alcun dubbio, all’interno di Fare, che non essere presenti alle elezioni europee sarebbe stato equivalente alla sparizione istantanea; ragione per cui era obbligatorio trovare una maniera per esserci. Ed altrettanto ovviamente, questo l’ho già detto, era inconcepibile appoggiare qualsiasi altro raggruppamento europeo che non fosse ALDE. Ma l’errore mio fu di pensare che saremmo riusciti a convincere tutti gli altri a fare una cosa unitaria con una chiara identità programmatica e politica. Perché era ovvio che così non poteva essere, sia per l’atteggiamento della maggioranza dei gruppi e movimenti seduti attorno al tavolo sia perché GV non aveva alcuna intenzione di rompere con alcuno convinto, erroneamente, che la sommatoria di tanti piccoli gruppi implicasse un aumento di voti e non una diminuzione.

Nel mezzo di questo secondo errore divenne palese il vero e principale terzo errore in fieri, ossia il ruolo che Scelta Civica (SC) avrebbe dovuto giocare in questo rassemblement. Fin da ottobre i responsabili di questo gruppo parlamentare (che già si era diviso in due tronconi) resero palese la loro posizione, che era quella di essere l’aggregatore di tutti attraverso l’assorbimento degli altri. Nelle semplici e testuali, oltre che pubbliche, parole di uno dei loro leader più nefasti (pronunciate in ottobre a Torino) la soluzione prospettata era semplice: iscrivetevi tutti a SC che diventa il partito di tutti a conduzione nostra [leggi: loro] e così il problema è risolto. A questa proposta riuscimmo a dire di no ma non riuscii (che gli errori meglio attribuirseli in toto) a spiegare a GV ed agli altri che SC era meglio lasciarla andare per gli affari propri. I quali erano, da un lato, la continua identificazione con Mario Monti, il suo governare e la coalizione elettorale da lui costruita e, dall’altro, la presenza incondizionata in qualsiasi governo a guida PD il Parlamento avesse prodotto. Quello di Letta al tempo e quello di Renzi pochi mesi dopo. Errore grave ed errore mio, solo moralmente, ma non politicamente, compensato dal fatto che GV non era nemmeno in grado di considerare l’idea di costruire una lista ALDE italiana senza SC. E su questa erronea ossessione lavorammo come vacche dirette al macello per sei mesi.

Arrivati a febbraio e rifiutata da tutti (sottolineo: TUTTI, inclusi i tordi alati che oggi si ergono a maestrini del nulla e becchini del niente) la mia/nostra proposta di un simbolo comune e nuovo, la raccolta di firme e le primarie d’area, si lavorò a botte di mediazioni per aver dentro SC ed il Centro Democratico (CD) guidato da Bruno Tabacci i cui due simboli soli garantivano di poter presentare una lista senza dover raccogliere le famose 150mila firme. Sul ruolo di CD tornerò per certo in un secondo post, maggiormente analitico. So benissimo che tutti lo considerano il male in persona e non intendo sottrarmi a considerare anche questo errore ma, credetemi, quello di cercare una collaborazione con SC è stato di gran lunga l’errore peggiore, nessun confronto è possibile. Fu a questo punto che gli errori fatali vennero commessi, dal sottoscritto, tralasciando quello iniziale di non scegliere d’andar da soli nel giugno 2013.

Perché fu nei tre mesi intercorsi fra metà gennaio e metà aprile (il giorno 16/4, per l’esattezza) 2014 che io acconsentii, accecato da furore compromissorio e desiderio di mediazione “pragmatica”, ai peggiori compromessi della mia (graziaddio breve) “carrierasifaperdire” politica. Accettai di perdere una lite furibonda con GV che insisteva nell’adottare il nome “Scelta Europea” (SE) invece che semplicemente ALDE (o Italiani per RiFare l’Europa, come alcuni di noi proposero) ed il nome rimase. Rimase anche durante il lungo mese e mezzo durante il quale SC (con la collaborazione, che certe cose vanno ricordate agli smemorati, di PLI, ALI e qualche altro gruppetto composto dai medesimi sotto nomi diversi) si dedicò a smerdare SE come lista di “neo-grillini e paleo-democristiani” alla quale intendeva contrapporre la lista dei veri liberali (!!) la quale avrebbe avuto – e come no! – il simbolo di SC a rappresentarla. Siccome qualche sassolino occorre toglierselo ogni tanto, credo valga la pena ricordare (che di materiali in rete per verificare il tutto ne trovate in abbondanza) i nomi dei principali protagonisti di questa sgradevole battaglia: da Pietro Ichino ad Andrea Romano sino all’avvocato Silvia Enrico, fu tutto un proclamarsi meglio degli altri. Alcuni, pochi, ricorderanno che in quei mesi circolava un logo di SE con i simboli visibili di Fare e di CD e, nel centro, il simbolo ALDE.

In zona cesarini SC, ovviamente, si rimangiò il bluff e corse ai ripari (vi ometto gli aspetti comici dell’intera storia, quelli meritano ben altra penna che la mia per essere narrati) aderendo ad SE. E qui l’ennesimo mio errore: non aver avuto il coraggio di dire “too little, too late, andate pure da soli e buona fortuna”. E poi l’altro errore: accettare che si candidassero loro parlamentari. Sino all’ultimo: la candidatura nefasta di un ministro del governo Renzi (Stefania Giannini) come capolista nella ircoscrizione del Centro. Su quest’ultimo episodio posso vantare almeno un tentativo, estremo ma fallito, di resistenza la mattina del 16/4 quando minacciai (ma poi cedetti, coglione di un Boldrin!) di far gettare nel cesso i documenti mandando tutto all’aria. Non lo feci e le liste si presentarono come le avete poi viste. Un pateracchio senza senso che garantiva, come almeno ebbi la decenza di mettere per iscritto, che saremmo spariti in quanto lista accessoria al PD renziano, priva di identità altra che il “montismo” – la kryptonite verde della politica italiana di oggi.

E così fu. Ma anche in campagna elettorale mi son comportato come un imbelle subendo la presenza televisiva devastante del gruppo parlamentare di SC che occupò di fatto tutti gli spazi televisivi di maggior visibilità. Chi per evidenziarsi agli occhi del nuovo cesare, chi per spiegare come governava bene le imposte o le università italiane, chi per vendere il proprio nuovo libretto, chi semplicemente perché meglio uno di SC che un estremista di Fare, in un modo o nell’altro l’immagine pubblica di SE divenne quella di SC e del montismo. Sono un coglione? Si’, lo sono.

Fine della storia, che i dettagli fanno solo ridere amaro ed il fatto che GV e tutto il resto della compagnia abbiano aiutato zero nell’impedire questo scempio è solo magra consolazione che la storia giustamente ignorerà.

Morale, che la morale c’è: qualcuno qualche tempo fa mi suggerì malevolmente che non ero adatto a fare il leader politico perché mi fido troppo degli altri. Affermazione cinica ma verissima. E non sto cercando di fare il buono in un mare di cattivi: sto dichiarando in tutta serietà di essere un ingenuo imperdonabile in un gioco in cui non è permesso esserlo. Soprattutto, sto dichiarando che mai mi perdonerò di non essere stato, durante quest’anno, maggiormente me stesso: estremista, velleitario e restio ai compromessi. Perché i compromessi che ho accettato in questi 12 mesi spiegano il 70% della disfatta elettorale di SE, quindi di Fare per Fermare il Declino.

Sarebbe andata molto diversamente? Forse no. Forse nemmeno avremmo avuto la capacità di raccogliere le 150mila firme e, anche se le avessimo raccolte, forse non avremmo preso molti più voti di quei pochissimi che abbiamo raccolto così. Ma sarebbero stati voti nostri e saremmo morti con in mano la bandiera intonsa levata in alto. Ed invece così siamo caduti nel fango coprendoci di ridicolo per la scelta dei compagni di battaglia e per il ruolo di comparse che abbiamo svolto. E questo, mi piaccia o meno, è colpa mia per aver tradito il mio ragionevole ed informato istinto politico, ossia la parte più vera di me stesso. E di questo posso solo vergognarmene da solo.

(analisi tratta dal sito Noisefromamerika)

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