Il filosofo liberale critica la pretesa di costruire il futuro centrodestra su valori non negoziabili. E auspica un programma di decentramento e sussidiarietà. Continua il dibattito su Formiche.net, innescato dalla proposta di una Leopolda Blu e dopo l'analisi di Benedetto Ippolito e l'intervista a Sofia Ventura

Lo schieramento moderato del futuro deve essere edificato su una robusta piattaforma di valori conservatori e popolari, o deve accogliere la più ampia pluralità di visioni etiche in un orizzonte radicalmente liberale?

L’appassionata discussione che su Formiche.net vede contrapporsi Benedetto Ippolito e Sofia Ventura arricchisce di spunti e spessore la campagna per una “Leopolda Blu” promossa da Lorenzo Castellani.

Una riflessione a più voci che si allarga a Raimondo Cubeddu, professore di Filosofia politica presso l’Università di Pisa, studioso del pensiero liberale classico e libertario, membro del Comitato scientifico della Fondazione Magna Carta.

Il centro-destra deve essere costruito su valori etici non negoziabili?

Nutro grande stima per Benedetto Ippolito. Ma in politica non vi è nulla di non negoziabile. Anzi, ogni compromesso va bene purché assicuri un buon cambiamento. Se ci si rinchiude nel proprio steccato morale è un dramma. Non nego l’importanza dei principi della tradizione cattolica e la realtà di una famiglia scompaginata. Ma i grandi mutamenti sono frutto di un processo globale ed europeo. E noi non possiamo uscire dall’Europa, né isolarci dal contesto internazionale. I costi sarebbero inimmaginabili.

Teme una deriva fondamentalista delle forze conservatrici?

Ritengo che il rischio sia marginale. Capisco che la religione può essere il collante per una forte identità politica, ma qui non si vede il progetto a cui legare l’offensiva contro il relativismo etico e culturale.

Unioni civili, frontiere del fine vita, ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali non sono temi cruciali nell’agenda politica?

Li ritengo argomenti importanti. Ma pur condividendo i paletti morali prospettati da Ippolito, penso che tali problemi richiedano un approccio privo di eccessi. Perché si tratta – anche nel caso della famiglia – del frutto di un’evoluzione storica. E comunque sono punti altamente divisivi, mentre per fuoriuscire dalla crisi abbiamo necessità di obiettivi unificanti.

Ma non vi è il rischio di annacquare i confini tra centro-destra e un PD divenuto più riformista nel terreno economico-sociale?

Contesto che i progressisti propugnino una completa liberalizzazione dei diritti civili. Le libertà individuali e i temi eticamente rilevanti non costituiscono un confine netto tra i due schieramenti. La distinzione tra il PD e un centro-destra che abbia senso dovrebbe riguardare il ruolo dello Stato. Una realtà che governi essenzialmente la politica internazionale e per il resto riconosca la più ampia libertà agli individui e ai gruppi attivi nella società.

La divaricazione culturale potrebbe essere quella prefigurata da Norberto Bobbio fra primato della libertà e dell’eguaglianza?

Sì. La stella polare di una nuova destra potrebbe essere una libertà decentrata e responsabilizzata nella forma più ampia, a partire dall’assistenza sanitaria e previdenziale volontaria. Così è possibile superare la sfiducia radicale nello Stato.

Sono parole molto forti…

Non possiamo proseguire con una mano pubblica che intermedia oltre il 40 per cento delle risorse produttive, non è in grado di distribuirle in maniera equa e le dissipa in una burocrazia famelica. Una macchina che grazie a una tassazione intollerabile e soffocante non riesce a rimettere in moto il mercato, mentre è costretta ad aumentare le spese per l’invecchiamento della popolazione. Una realtà troppo costosa e inefficiente, che nessuno vuole realmente cambiare. E noi vogliamo renderla anche “etica”?

Un centro-destra del futuro potrebbe ripartire dalla “rivoluzione liberale” del 1994?

Il messaggio di vent’anni fa ha una forte attualità nei suoi pilastri: liberazione dell’individuo e delle comunità da uno Stato, burocrazia e fisco invadenti e oppressivi; taglio della spesa pubblica e istituzioni più leggere; giustizia giusta; assetto politico maggioritario, presidenziale, federalista. Ma si inseriva in un’ottica nazionale ormai superata e richiede un ripensamento su basi del tutto nuove.

Cosa deve essere cambiato?

Penso al federalismo. Il problema risiede non tanto nel dividere, bensì nel ridurre i poteri pubblici creando un assetto sociale mutualistico fondato sull’autonomia dell’individuo e delle associazioni. Stessa logica vale per la ricerca scientifica e accademica, che per trovare uno sbocco economico richiede capitali adeguati oggi frammentati. E per il giacimento dei beni culturali italiani, che andrebbe valorizzato con strumenti innovativi concepiti dal basso.

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