Il fallimento di Scelta Europa, le mosse di Passera e molto altro nell'analisi appassionata di Oscar Giannino

In questi giorni ho parecchio lavoro arretrato e resto indietro su Facebook, scusate tutti, ma prima che venga agosto una cosa al volo e breve oggi vorrei scriverla su un tema che non tocco da un po’: che succede e che cosa eventualmente fare nell’area liberale non berlusconiana? Diciamola tutta. I mesi post elezioni europee hanno visto svilupparsi quattro dinamiche.

La prima è il rafforzamento nel breve di Renzi, per il suo rilevante successo elettorale.

La seconda è un affievolimento delle ragioni prospettiche delle diverse frazioni del centrodestra – tra Lega e FdI all’opposizione, Ncd al governo e impegnato in avvicinamento a Casini, Fi fuori dal governo ma in forte collaborazione con Renzi sulla riforma costituzionale ed elettorale, collaborazione tenuta e ribadita da Berlusconi malgrado i maldipancia riottosi di un certo numero di parlamentari. Questo affievolimento cambia però marcia e direzione per effetto dell’assoluzione in appello di Berlusconi sul caso Ruby, e restituisce a mr B. una centralità che vede oggi sì litigare Alfano e Salvini, ma inevitabilmente nel medio periodo riporterà al tema della federazione sotto Berlusconi, facendo finta di non vedere che al suo interno si parlano lingue diverse e si praticano scelte opposte. Sarà la legge elettorale a dare il la vero alla ridefinizione dell’offerta politica a sinistra e destra, ma a oggi per ragioni diverse si capisce che la scommessa del patto istituzionale tra Renzi e Berlusconi continua ad avere più senso di ieri per entrambi, visto che restano i due leader delle forze con più voti possibili al voto politico.

La terza dinamica è quella che concorre a rilanciare mr B. come capo eventuale della seconda coalizione italiana, e cioè l’ondivagare inconcludente del M5S, ieri trattativista oggi antisistema domani chissà. Peccato.

La quarta dinamica non lo è se non per perifrasi: in realtà è una scomparsa. A scomparire è l’area liberale non berlusconiana. La botta elettorale del triciclo europeo è stata pazzesca. Ma l’assenza di iniziative e presenza che l’ha seguita è – non voglio essere indelicato con degli amici – una dichiarazione di resa incondizionata, come testimoniato dai criteri con cui qualche media per qualche tempo ha ancora seguito – prima di smettere – le traversie dei gruppi parlamentari di Scelta Civica, descritta come mera risultante di chi guarda solo a Renzi e di chi preferisce Alfano.

E’ evidente che Renzi dopo il risultato europeo non pensa più ad alleanze elettorali con liberali organizzati su basi programmatiche distinte, perché il disastro delle Europee li ha levati dal tavolo e anzi dalla scena, tanto più nella convinzione ormai di Renzi di poter ottenere voti al centro da solo e col solo Pd, per quanto diviso resti al suo interno e nei gruppi parlamentari, e per quanto sia chiaro che nelle politiche economiche le scelte “liberali” di un tempo si sono fortissimamente annacquate per dover tenere insieme la base di sinistra. I tagli di spesa sono stati rinviati all’anno prossimo, il bonus Irpef viene presentato come taglio al cuneo fiscale che invece grava sulle imprese, e sono i documenti stessi del governo a parlare di pressione fiscale che sale sia pure di poco ma non scende.
Una cosa però è sicura: i liberali non berlusconiani stanno dando una mano potente a non essere più nulla, perché semplicemente sono tramortiti prima e scomparsi poi.

E’ un grave errore. I dati economici dicono che l’Italia resta ferma, fermissima. Crescita e commercio mondiale vengono rivisti al ribasso, e ciò attenua anche il traino del nostro export. Come era scontato, gli 80 euro ricostituiscono parte dell’ingente reddito disponibile perduto, non si traducono in moltiplicatore della domanda interna. Le dismissioni pubbliche sono ferme. Tutto è rinviato alla legge di stabilità e all’ipotetica “più flessibilità europea”. Non c’è ombra di una forte manovra di abbattimento del debito agendo sullo stock cominciando dai mattoni pubblici e dalle municipalizzate, invece che sui flussi annuali attraverso recessivi maxi saldi primari realizzati per via tributaria. Il nuovo Titolo V° lascia intatte le autonomie speciali regionali – andavano abbattute – né pone termine all’asimmetria tra amministrazioni locali obbligate a tagliare perché in default, e altre che invece vengono ripetutamente salvate a suon di miliardi ma senza tagli se non trascurabili, come Roma o la Sicilia.

L’unico a muoversi – più che altro mediaticamente – è Corrado Passera. Attualmente, per quanto mi riguarda il suo programma “400 miliardi di svolta” è fatto da 100 miliardi di Tfr che sono di fatto e di diritto dei lavoratori, 100 miliardi di mera somma già esistente di fondi europei tra pregressi e prossimo sessennio, mentre gli altri 200 – pagamento integrale del debito Pa-Imprese e investimenti – si leggono come “Cassa depositi e prestiti”. Se apriranno un confronto vero su come e dove e quanto si taglia la spesa per finanziare i tagli rilevanti a Irap e Ires proposti, bene allora si potrà esprimere un giudizio. Oggi, per me quella è un’intenzione, non un programma agibile. E conta il passato, con scelte come quella di Alitalia 2008 a spese del contribuente, che ancora paga per rimediare al disastro degli Intesa-boys, che sono riusciti a perdere ogni mese più di quanto perdesse Alitalia pubblica nella media dei 20 anni precedenti, e dire che ce ne voleva…

Io continuerò tutti i giorni ad agitare idee e proposte facendo il mio mestiere, come ho detto 16 mesi fa all’epilogo del primo Fare. Posso lavorare a idee e cantieri. Altri possono e devono esporsi, visto che ogni giorno chiunque può abbaiarmi contro di vergognarmi pur di non rispondere ai miei argomenti.

Ma considero del tutto singolare, che tanti maestri del dire e del fare siano ora scomparsi nel nulla. Sbagliano, se lo fanno per capire a quale carro individualmente aggregarsi alla buonora. Che sarebbe comunque comprensibile e buona cosa, visto che qualche liberale di qua e di là sia pur isolato è meglio che niente, in un paese in cui gli studenti dei collettivi murano la porta dell’ufficio del professor Panebianco senza rischiare alcuna sanzione.

Ma in politica semplicemente non esiste, chi non dà con le idee ragione quotidiana al proprio diritto di esistere.

(ampi stralci di un’analisi postata da Oscar Giannino su Facebook)

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