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In fuga verso Chiasso. E se fossero capitali etici?

All’inizio di luglio la Svizzera ha messo la freccia in termini di finanza sostenibile. I segnali della volontà di metamorfosi erano chiari da tempo, ma adesso, dall’altra parte delle Alpi, è nato un soggetto che ha le carte in regola per porsi quale punto di riferimento per chi si occupa di Sri (socially responsible investing). Un nucleo di 60 organizzazioni (colossi della finanza, ma anche Istituzioni elvetiche, nonché il Wwf) ha creato la piattaforma “Swiss Sustainable Finance” (Ssf) per fare della Svizzera un centro di ricerca e di sviluppo della finanza responsabile. Il punto di partenza, peraltro, rivela numeri considerevoli. Secondo quanto riporta la nota della Ssf, le banche elvetiche già oggi gestiscono asset sostenibili per 57 miliardi di franchi svizzeri, nonché circa un terzo del mercato mondiale da 10 miliardi di dollari della microfinanza.

C’è poi un dato che appare assai interessante: gli asset sostenibili in gestione nei forzieri elvetici sono cresciuti del 17% nel 2013. E l’amministratore delegato della nuova piattaforma, Sabine Döbeli, ha spiegato che «una quota crescente di clienti richiede esplicitamente una visione finanziaria di lungo periodo». Ergo, sottintende la manager, una visione sostenibile.

Ebbene, questa metamorfosi della Svizzera da paradiso fiscale a paradiso della sostenibilità è un messaggio fortissimo per chi si interroga sulle opportunità di sviluppo della finanza Sri.

È evidente che i banchieri elvetici stanno accelerando questa operazione di ripulitura, in quanto ne sono costretti. L’abbandono dello status di paradiso fiscale, con la progressiva cancellazione del segreto bancario, sta mettendo a dura prova il private banking d’Oltralpe. Per quanto ne dicano i portavoce ufficiali, da tempo si registrano deflussi di capitale, nonché tagli pesanti degli organici. Dunque, una svolta era ed è necessaria.

Ma la domanda è: perché, tra le differenti strategie possibili, la Svizzera ha deciso di proporre un’inversione di rotta e di immagine a centottanta gradi, abbracciando in maniera così convinta la finanza responsabile?

È questa la domanda che dovrebbero porsi i cugini della finanza italiana.

L’Italia, tutto sommato, non ha una immagine da ripulire. E, anzi, può contare su una struttura finanziaria ideale per la finanza sostenibile: alto tasso di risparmio; elevato commitment a livello territoriale; rete di sportelli e operatori articolata e diffusa sul territorio. Che il potenziale ci sia lo dimostra la crescita di (ex piccole) società di gestione come Etica Sgr: nel primo semestre 2014 ha superato il miliardo di fondi in gestione.

Il problema è che, secondo i dati di Assogestioni, Etica Sgr da sola copre quasi la metà dei fondi etici italiani (il 47%).

La finanza italiana ha più di una riflessione da fare, se non vuole tornare a vedere i capitali in fila per Chiasso. Questa volta, paradossalmente, in direzione di forzieri Sri.

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