Il Qatar ha dato ad Hamas un ruolo strategico regionale dopo la crisi siriana e non interferisce affatto riguardo il supporto che l'Iran concede al gruppo sunnita, anzi.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Hamas ha stretti legami con il Qatar e, tramite l’emirato, con l’Iran, che ha rinnovato recentemente il suo aiuto finanziario all’organizzazione sunnita e l’ha riunita con i vecchi “nemici” sciiti di Hezbollah.

Ma perché questo legame tra Hamas e Qatar? Quando il gruppo sunnita decise di lasciare definitivamente la sede siriana, il 27 gennaio 2012, non poteva certo contattare i regimi sorti nelle “Primavere arabe”, timorosi di una reazione USA e di un sostegno di Hamas all’islamismo radicale interno, e quindi il gruppo sunnita si rivolse a Giordania e Sudan.

Il rifiuto di entrambi fece decidere Hamas per il Qatar: il primo aiuto dell’Emiro al-Thani per il gruppo sunnita fu di 250 milioni di usd, al summit di Doha del marzo 2013.
Ma non si tratta solo di soldi: il Qatar ha dato ad Hamas un ruolo strategico regionale dopo la crisi siriana e non interferisce affatto riguardo il supporto che l’Iran concede al gruppo sunnita, anzi.
E’ l’altra faccia delle crisi che ha “fatto fuori” Mohammed Morsi in Egitto: dopo la chiusura delle reti del Sinai al contrabbando di armi e d’altro, asse dell’economia militare di Hamas, il movimento sunnita è entrato nell’orbita degli Emirati, e quindi del Qatar, e dell’Iran, che vuole condizionare Hamas ad una strategia di tenaglia con Hezbollah per colpire simultaneamente da Nord a Sud Israele.

Il Qatar tiene intanto ai rapporti con i sauditi, sostenendo i loro interessi in Siria, e nel contempo si tiene le mani libere per sostenere Hamas e gli altri gruppi terroristici nell’area. Doha cercherà di “chiuyeder” il dissidio tra Al Fatah e Hamas, che non gli conviene certo, con un bel “dono” da 5 milioni di usd.
E’ stato lo strumento, per Doha, il sostegno al terrorismo islamico, per crearsi una autonomia in politica estera, ma certamente l’incapacità da parte di Hamas di penetrare le “primavere arabe”, sigillata dal golpe bianco del generale Al-Sisi creerà in futuro qualche tensione tra l’Emirato e il gruppo terrorista sunnita. Il Qatar giocherà, prima o poi, il ruolo di patron finanziario del Maghreb, e oggi investe.

Il Qatar è il Paese che vuole essere leader della Penisola Arabica e, poi, dell’OPEC: ha riserve per 25 miliardi di barili, mentre quelle saudite sono in crisi, il sito di Ghawar, per esempio, la fonte del 60% medio del petrolio saudita, è in fase di diminuzione produttiva, mentre gli altri tre pozzi principali, Manifa, Khurais, Shaybah sono al limite della loro produzione.
Il Qatar, lo ricordiamo, ha attualmente il 14% di tutte le riserve di gas naturale conosciute, ed è il terzo produttore dopo Russia e Iran. Ecco, evidentissime, le reti geopolitiche dell’Emirato, che svilupperà il sito gaziero off-shore di South Pars insieme all’Iran, e quindi non ha alcun interesse alla contrapposizione tra sunniti e sciiti che caratterizza la politica estera di Riyadh e, anzi, utilizza il terrorismo sunnita (e sciita, probabilmente) per scavarsi una nicchia geopolitica contro l’Arabia Saudita.

Il Qatar può invece estrarre ai livelli attuali per altri 57 anni, e soprattutto sta diversificando in modo massiccio i suoi investimenti fuori dall’oil and gas sector, soprattutto in Europa.
E, non dimentichiamolo, il Qatar ospita la base USA di Al Udeid, fondamentale per la presenza, anche di intelligence, degli americani nel quadrante mediorientale e del Golfo Persico, e non dimentichiamoci che il Qatar ospita l’”ambasciata” dei Taliban che sta trattando con gli USA, e questo è un bel modo per “penere ferme le mani” di un Paese, l’America, che non ne può più di consumare uomini, risorse, immagine strategica nel fallimentare quadrante afghano.

Quindi, per Israele, la questione è chiara: inserirsi nella tensione Qatar-Arabia Saudita, ricreare una special relationship con l’Egitto di Al Sisi, ripenetrare l’area non rovinata dalle cosiddette “primavere arabe”, il più straordinario errore strategico occidentale degli ultimi trent’anni, ovvero il Marocco e l’Algeria, riformulare il proprio controllo marittimo sia nel Mediterraneo sia, ancora di più, nel Golfo Persico.

Giancarlo Elia Valori è professore di Economia e Politica Internazionale presso la Peking University e presidente de “La Centrale Finanziaria Generale Spa

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