Si legge spesso che in Europa dell’est la regolazione del #lobbying è all’avanguardia per metodi e applicazione. Vero, fino a un certo punto. Il caso ungherese fa eccezione. Qui nel 2006 è stata approvata una legge sul lobbying (QUI), nel contesto di una ampio ventaglio di riforme istituzionali. Legge che però ha avuto vita breve. Nel 2011, il governo l’ha abrogata, giudicandola poco efficace. Ma a lamentarsi sono stati in pochi. La stessa Transparency International – Ungheria aveva giudicato la legge un copia e incolla di altre legislazioni, poco attenta alle dinamiche politiche del Paese e nata più per rispetto alla forma che alla sostanza.

Cosa diceva la legge ungherese sul lobbying? Poneva anzitutto un obbligo di registrazione a carico dei lobbisti, cui si imponeva il possesso della laurea per poter esercitare la professione e un più tradizionale obbligo di rendicontazione dell’attività svolta. L’obbligo di registrazione, però, faceva a pugni con la logica degli incentivi. Chi si registrava otteneva infatti un passi alle sedi istituzionali (dal che, si deduce, che fosse implicitamente ammesso l’esercizio di attività lobbistiche al di fuori della registrazione). Motivo per cui il numero di registrati è stato sempre piuttosto basso. Stando ai dati diffusi da Zoltan Pogatsa a marzo 2010 erano registrati appena 248 individual lobbyists e 44 lobby organisations. Tra i registrati, pochi i nomi noti. I big, insomma, continuavano a fare lobbyin al di fuori del perimetro legislativo. Altro problema erano gli scarsi poteri sanzionatori o di controllo riconosciuti all’ufficio tenutario del registro.

Sunlight ha sintetizzato il fallimento della legge ungherese sul lobbying con una equazione matematica:

CodeCogsEqn (1)-300

 

In pratica, nell’equazione E[P(Bnc)] è il beneficio stimato dalla non-compliance alla legge. E[P(Cc)] invece è il costo stimato della compliance  (Cc). Infine E[P(Cnc)] è il valore stimato della non compliance alla legge. L’equazione dimostrerebbe che quando il beneficio netto (stimato) della non compliance alla legge supera il costo netto (stimato) della compliance, il risultato di default è, appunto, la non compliance, ossia il mancato rispetto della legge. Nel caso ungherese è maggiore la possibilità di mancato rispetto della legge, in ragione del fatto che i costi (stimati) per il rispetto della stessa superano la stima dei benefici (QUI una spiegazione più approfondita dell’equazione).

Al momento, costi e benefici esclusi, il governo in carica non sembra interessato a ripetere l’esperienza. E, visti i precedenti, non è detto che sia necessariamente un male.

 

 

Condividi tramite