Il procedere anche se faticoso della riforma costituzionale al Senato vede ogni tanto emergere eventuali modifiche all’Italicum quale possibile aiuto utile anche per risolvere le questioni non solo procedurali della battaglia del Senato.

Occorre a tal riguardo aver presente che Matteo Renzi ha fin dall’inizio indicato in una sorta di “trittico” (Senato, Titolo V, nuova legge elettorale) l’insieme dei nodi da sciogliere: nodi politici prima ancora che di procedura costituzionale.

Man mano che si avviano a soluzione il nodo del nuovo Titolo V (anche se forse il nuovo testo non è ancora quello definitivo), e quello del Senato (anche grazie ad un sapiente uso del “canguro”), emerge con particolare evidenza il nodo delle modifiche eventuali alla nuova legge elettorale più nota come l’Italicum.

Non si tratta di una improvvisa novità o di una sorta di stratagemma puramente corporativo o di salvaguardia di parte della cosiddetta “casta” parlamentare.

Si tratta in del più importante di tutti i nodi che fin dal “Patto del Nazareno” aveva costituito un vero e proprio punto di svolta dell’intero sistema politico italiano: bipartitismo o bipolarismo?

Il patto originario tra Renzi e Berlusconi tendeva infatti a costruire proprio sulla legge elettorale la svolta politica di fondo: la progressiva sostituzione del bipartitismo rispetto ad una qualche sopravvivenza del bipolarismo della cosiddetta Prima Repubblica.

Per tutto l’arco degli anni che erano andati dalla nascita della Costituzione repubblicana fino al crollo di Mani Pulite, il bipolarismo aveva infatti rappresentato una vera e propria cultura di fondo anche costituzionale.

Sia dal punto di vista della maggioranza di governo, sia nel tumultuoso evolversi delle diverse sinistre all’opposizione, la cultura della coalizione aveva rappresentato un vero e proprio cemento costituzionale che si radicava innanzi tutto nella società civile prima ancora che nelle assemblee parlamentari.

Questo bipolarismo aveva convissuto per molti anni con il contesto della Guerra Fredda, fino alla conclusione della lunga stagione dell’Unione Sovietica, ed aveva infatti dato vita ad un sistema definito di bipartitismo imperfetto.

Le vicende che si sono svolte fra il 1991 e il 1993,  attraverso referendum elettorali e Mani Pulite, avevano concluso di fatto questa sorta di patto costituzionale originario della Repubblica.

Sul versante del centrodestra abbiamo assistito a mutazioni anche radicali nelle quali si è costantemente oscillato tra una indicazione per così dire solitaria della vocazione maggioritaria del più grande partito della coalizione, e una indicazione di cultura della coalizione, perché questa sembrava per qualche tempo limitata soltanto alla Lega Nord.

Con l’avvento di Renzi viene dato vita al cosiddetto “Patto del Nazareno”, perché con la nuova legge elettorale si vuole affermare la cosiddetta “vocazione maggioritaria”, che era stata sconfitta nella versione Veltroni, ma che con Renzi trovava nuova linfa.

Da un lato lo scontro tra Partito democratico e Sinistra e libertà, e  dall’altro la molto difficile costruzione di un nuovo schieramento di alternativa popolare al renzismo, pongono in evidenza proprio al Senato questo scontro radicale tra l’ipotesi bipartitica e  la lunga e concreta esperienza sostanzialmente bipolarista della vita italiana sociale prima ancora che politica.

Questo appare pertanto il nodo da sciogliere, e non sarà certamente un “canguro” puramente procedurale che riuscirà a scioglierlo.

 

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