La moltiplicazione degli investimenti cinesi in Italia – da Eni, Enel, Telecom, Fca-Fiat per giungere ai recenti Snam e Terna attraverso Cdp Reti – costituisce un pericolo per la sicurezza nazionale?

Non secondo Carlo Jean, generale di Corpo d’armata e presidente del Centro studi di Geopolitica economica.

Già consigliere militare dell’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, lo studioso di strategie ed equilibri politico-militari spiega in una conversazione con Formiche.net quali sono a suo parere le vere mire di Pechino sugli asset italiani.

Generale, la Cina punta sempre più su aziende italiane. Che significato dare a questi investimenti? Che obiettivi hanno? C’è una strategia pianificata?

La strategia della Cina è quella di differenziare gli investimenti del proprio fondo sovrano, in modo da renderla meno vulnerabile dagli Usa. Attualmente Pechino possiede circa 1300 miliardi di dollari di debito americano, una cifra così grande che a poter dettare le condizioni è più il creditore che non il debitore. La Cina teme che gli Usa usino l’arma economica per metterli in ginocchio. Il significato di queste manovre è non tanto geopolitico, quanto geoeconomico. Sono azioni difensive, non offensive.

Formiche.net ha criticato l’opportunità geopolitica di vendere il 35 per cento di Cdp Reti (dunque di Terna e Snam) a China State Grid anche per i suoi possibili riflessi sulla sicurezza nazionale del Paese. Che ne pensa?

Non è un rischio, perché abbiamo ceduto una parte che non inficia il nostro controllo. In altri casi, come quello della Grecia che ha ceduto completamente il porto del Pireo, la situazione è diversa e pericolosa.

Dal punto di vista diplomatico, questi investimenti rischiano di minare le nostre relazioni transatlantico?

Direi di no. Oltre a un solido legame politico, gli Stati Uniti puntano molto sull’Italia anche sul versante degli investimenti. Ce ne sono stati diversi negli ultimi anni, anche ad opera di fondi come Blackrock e altri ce ne saranno. Roma, al centro del Mediterraneo, sta assumendo una nuova centralità geostrategica.

Alcuni analisti ritengono che l’interesse della Cina per gli investimenti in Europa sia dettato anche dal tentativo di indebolire i negoziati sul trattato di libero scambio tra Usa ed Europa, il Ttip. Lo ritiene plausibile?

Penso che Pechino al momento sia molto più preoccupata del trattato gemello, la Trans-Pacific Partnership, il TPP, che interessa il versante asiatico. Qualora Washington dovesse superare il contenzioso agricolo col Giappone e anche l’India decidesse di aderirvi, per la Cina – esclusa dall’accordo, sarebbero dolori. Anche per questo la Repubblica popolare punta molto sul nuovo fondo di sviluppo dei Brics: probabilmente si rivelerà un fallimento dal punto di vista economico, ma potrebbe essere un ottimo strumento geopolitico.

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