Dopo un paio di scapaccioni, e qualche risposta piccata, l’accordo informale fra Matteo Renzi e Mario Draghi dunque c’è. Accordo o intesa-capestro?

Nulla di nuovo, in verità, visto che il presidente della Bce chiede ancora sacrifici e tagli alla spesa pubblica (la mitica spending review non si sa se con annesso e connesso commissario) e altrettanto mitiche riforme strutturali (pare, in primis, quella del lavoro, ma il sibillino Draghi non dice se gli basta il Jobs Act oppure esige la rottamazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori)

Nulla di nuovo, perché già i documenti programmatori del governo prevedono per l’anno prossimo un taglio di 17 miliardi di spesa pubblica, non proprio bruscolini. E del Jobs Act s’è detto. La novità, evidentemente, è che Draghi ha fatto balenare l’idea che in cambio di queste “riforme” la Bce sgancerà un po’ di soldi acquistando titoli in stile Fed per alleviare le pene del nostro debito pubblico (e sui mercati si è intravisto un effetto Draghi sui tassi, secondo gli analisti di Mps). Bene-bravo-bis, applausi a scena aperta.

Peccato che in questo quadro l’Italia appaia come un Paese ancora spendaccione e poco dedito al rigore. Ancora sacrifici? Allora lasciamo parlare l’Istat, che nel suo ultimo rapporto annuale scrive: “Nel confronto europeo, si evidenzia il grande sforzo di consolidamento fiscale compiuto dall’Italia nel periodo della crisi: il nostro è stato l’unico Paese dell’Eurozona a non aver attuato nel complesso politiche espansive, presentando effetti cumulati restrittivi per oltre 5 punti di Pil. Nell’area dell’euro l’impatto è risultato espansivo per 13 punti di Pil, in Francia per 14 e in Germania per 6”.

A chi continua a flagellarci col fatto che non abbiamo tagliato la spesa, l’economista Marco Fortis oggi sul Messaggero rimarca qualche numerino fondamentale: tra il 2010 e il 2013 la spesa corrente si è ridotta di 14,5 miliardi escludendo interessi e pensioni (mentre in Germania nello stesso periodo secondo dati della Commissione europea vi è stato un aumento di 56,2 miliardi).

Mentre ci facciamo impartire lezioni da Bruxelles, Berlino e Francoforte, in Italia economisti come Gustavo Piga e Giuseppe Pennisi ricordano che l’economia europea è in recessione non perché è poco competitiva – o non solo per questo – ma perché è soprattutto la domanda ad essere asfittica. E se qualche Stato in Europa si deve mettere in regola, quello è la Germania che non rispetta – come ha ricordato di recente Stefano Cingolani – le raccomandazioni europee.

Perché? Basta prendere i comunicati che negli ultimi due anni sono stati approvati a ogni vertice del Fondo monetario internazionale e del G20. Il punto essenziale è sempre quello che recita: i Paesi in avanzo strutturale della bilancia con l’estero debbono mettere in opera politiche fiscali volte al riequilibrio. Tradotto: aumentare la domanda interna e con questa le importazioni. I Paesi in questione sono stati sempre due: la Cina e la Germania. Adesso Pechino ha riequilibrato in gran parte il suo attivo (è sceso al 2 per cento del Pil). Berlino, al contrario, ha continuato ad accumulare arrivato al 7% del prodotto lordo quota che eccede anche il livello raccomandato dalla Ue (non oltre sei punti di prodotto lordo).

Chissà perché scapaccioni istituzionali su queste violazioni non sono mai assestati. Ci pensa però Paul de Grauwe, già economista dell’Fmi, della Commissione Ue e della Bce, oggi capo del dipartimento Europa della Lse, che a Repubblica dice: se Berlino non fa investimenti pubblici, non aumenta la domanda non convince le imprese a incrementare i salari la recessione in Europa non finirà.

Condividi tramite