Una delle domande che sentirete fare più spesso tra addetti ai lavori, studiosi o semplici curiosi è: “Come si misura l’influenza del lobbying sulla politica?“. Sentirete tante risposte quanti sono gli interlocutori. Alcune ben argomentate, altre generiche e banali. Ma la verità è che nessuno è in possesso della risposta esatta. Motivo? Nessuno ha definito una metrica precisa per misurare l’impatto che il lobbying ha sulla formazione delle decisioni pubbliche. In altre parole: nessuno sa dirvi con esattezza se a maggiori risorse corrispondono migliori risultati dell’attività di lobbying, oppure se a contare non sono le risorse economiche ma altri fattori (la competenza, il caso, le conoscenze personali, ecc.).

Facciamo tre esempi per rendere chiaro il concetto.

  1. Il primo esempio è quello della ricerca condotta da Frank Baumgartner che ha esaminato 98 argomenti di policy nell’arco di 4 anni. Conclusione: secondo Baumgartner le risorse messe in campo per fare lobbying non hanno alcun impatto significativo sulle decisioni pubbliche (QUI tutta la ricerca). Per cui un semplice cittadino con la sua piccola associazione ha (potenzialmente) le stesse possibilità di successo di una multinazionale o di una potente associazione di categoria.
  2. Secondo esempio: la ricerca di Gilens e Page, anche loro studiosi americani. La loro ricerca prende in esame i 30 gruppi di interesse più noti, le 10 imprese più importanti e ben 2000 temi di policy. Conclusione: il lobbying esercitato dai grandi gruppi e dalle grandi imprese ha un impatto molto maggiore rispetto ai competitors sulla formazione delle decisioni pubbliche (potete leggerla QUI). 
  3. Terzo esempio e terza ricerca, di Drutman, Grossman e LaPira. La ricerca parte dal presupposto che in una città come Washington tenere le fila di tutta l’attività politica e decisionale è molto difficile e richiede uno sforzo consistente. Per cui la strategia vincente è quella di assoldare più lobbisti possibile che creino il maggior numero di contatti, aprano nuove relazioni con i politici e ovviamente facciano il loro lavoro di tecnici. Conclusione: non importa che tu difenda gli interessi dell’industria o dei cittadini. Quello che importa è che tu abbia i mezzi per realizzare la tua strategia. E questi mezzi li hanno a disposizione solamente in pochi. Non tanto pochi quanto sostengono Gilens e Page, ma comunque un club ristretto. I cd. “Top Tiers”.

E proprio il tema dei Top Tiers merita qualche riflessione in più. Partiamo da questo grafico che unisce tutte le variabili usate dalla ricerca di Drutman e soci. Ossia: la distinzione tra business e non business, e l’uso di tre valori: i soldi spesi (dollars), i lobbisti impiegati e la presenza (il cui valore è dato dalla somma tra lobbisti in house e società di lobbying private). Non lasciatevi ingannare dalle apparenze. è vero che i valori sono in calo nell’arco di 15 anni. Al netto di una spesa che è andata crescendo negli anni, i Top Tiers hanno mantenuto una presenza massiccia e determinante nel policy making americano.

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La conferma di quanto appena detto ce la da il secondo grafico, che misura la “persistenza” dei top tiers lungo le variabili di cui ho detto poco fa. è evidente che non solo i top tiers sono persistenti, ma aumentano anche il raggio della propria influenza:

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e visto che si parlava di aumento dell’importo speso, ecco un terzo grafico dedicato proprio alla misura del denaro investito dai top tiers nell’arco degli ultimi anni:

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Ed ecco, almeno a sentire gli autori della ricerca, la quadratura del cerchio che spiegherebbe le differenti risposte alla domanda iniziale. La seconda ricerca, quella di Gilens e Page, prende in considerazione solamente i Top Tiers, e quindi giunge alla conclusione, scontata, che sono determinanti per la politica. Invece la ricerca di Baumgartner considera una platea di soggetti più ampia. L’altrettanto scontata conclusione è che il peso economico non determina necessariamente il successo del lobbying.

La ricerca intera, per chi avesse voglia di leggerla, è QUI

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