Si possono ascoltare o leggere tante interpretazioni e analisi su Isis, la nuova organizzazione jihadista considerata troppo radicale persino da Al Qaeda. Il progetto di Islamic State o di Califfato non rappresenta solo una aberrazione in sé. La guerra, perché di guerra si tratta, ha come obiettivi Gerusalemme e Roma.

Formiche.net è stato fra i primissimi media in Italia a denunciare questa nuova campagna di terrore. L’obiettivo degli uomini con la bandiera nera non è rivendicare potere attraverso attentati ma conquistare il territorio eliminando chiunque non sia d’accordo. In Iraq sta avvenendo un massacro di proporzioni inaccettabili. La comunità cristiana è stata o trucidata o costretta all’esodo. Gli stessi iracheni sono vittime di questa inaudita violenza.

La minaccia di Isis peraltro non si limita al Paese che fu di Saddam Hussein ma si spinge fino al cuore della Siria e cerca di infiltrarsi ovunque nell’arcipelago instabile del mondo islamico, fra Africa e Medio Oriente. Persino la Turchia che con il Qatar – quest’ultimo con una primaria responsabilità finanziaria – aveva appoggiato questi gruppi fuori dai propri confini, si scopre oggi minacciata essa stessa.

Sin qui l’Occidente è stato diviso e distratto preso com’è da tanti, troppi, dossier. Le diplomazie hanno guardato al fenomeno isolandolo paese per paese (Iraq, Siria, Libia, Nigeria, Yemen). In realtà, ad una strategia trasversale ai confini tradizionali degli Stati serve opporre analoga e maggiore capacità.

Non si possono lasciare intere comunità e nazioni in balia della barbara follia omicida di questa organizzazione. Il presidente Obama – non certo l’Europa… – ha preso una posizione finalmente netta arrivando ad ipotizzare un intervento militare a supporto umanitario delle vittime dei massacri.

Sul piano locale, anche l’Egitto di Sisi – ormai punto di riferimento imprescindibile per l’intera area allargata – ha espresso una attiva preoccupazione. Il fronte del contenimento dello jihadismo più violento può essere larghissimo e ricomprendere quella Russia con cui l’Occidente è invece in difficoltà per le vicende Snowden e Ucraina.

Una coalizione nuova e larga per battere il terrore di Isis e delle organizzazioni cugine (es.: Boko Haram in Nigeria): questo è quello che, in seno alle Nazioni Unite e con la leadership della Nato, va costruito. In fretta e con efficacia. Magari, se possibile, con un ruolo europeo (e dell’Italia che guiderebbe la Ue in questi mesi) un tantino meno marginale.

Ci vogliamo lavorare o pensiamo che possa bastarci l’Italicum?

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