La vicenda De Magistris è un caso di specie. E’ la parabola tragicomica del giustizialismo italiano che sforna a ciclo continuo improbabili masanielli per altrettante improbabili rivoluzioni.

Eppure, nonostante scopriamo sistematicamente che le eroiche gesta dei nostri prodi, infondo, non sono poi così tanto leggendarie, la replica del copione continua senza sosta e senza che, proclami e richiami a parte, si riesca ad interrompere questo circolo vizioso.

Le parole di Napolitano sulla riforma della giustizia sono chiare e forti, ma hanno il sapore della beffa. E’ vero, la riforma della giustizia non è più rinviabile, ma questo non da ora.

Le ubriacature e le derive giustizialiste andavano corrette fin dall’inizio degli anni ’90 non appena si appalesarono le prime inquietanti storture, i primi sconfinamenti e le prime ingiustizie volte a mettere sotto scacco parlamenti, governi e l’intera classe politica.

Per opportunismo e convenienza, e per manifesta incapacità di vedere oltre le contingenze del momento, la deriva giustizialista non solo non conobbe argini, ma fu assecondata ed accolta con esultante tripudio senza capire che si trattava dell’origine di un male in grado di minare il nostro sistema democratico. Ne nacque un vulnus.

Oggi, una vera riforma della giustizia che infranga dogmi e tabù ed aggredisca posizioni consolidate, rischia di rimanere soltanto un miraggio. Se la politica, il suo personale, e le nostre istituzioni non si emanciperanno ed acquisteranno una rinnovata autorevolezza, nessuna riforma del sistema giudiziario potrà mai vedere luce.

Una politica debole non produce mai nulla di buono, ma se essa è anche subalterna e sotto scacco di un ordine, quale quello giudiziario, come potrà mai riformarlo?

E’ quindi necessario cambiare orizzonte se si voglio ottenere risultati tangibili. Ma da dove ri-partire? Un processo di rigenerazione democratica di tale portata, in assenza di fattori nuovi e dirompenti, richiede tempo, visione e coraggio. E’ pertanto indispensabile una stagione costituente che ridefinisca e riequilibri i rapporti tra i poteri ed i vari organi dello Stato.

Si obietterà che non si vedo in giro grandi costituenti specie alla luce degli eventi dello scorso dicembre in Senato. In parte, è vero. Ma resto convinta che, nonostante tutto, disponiamo ancora di esperienze ed intelligenze a cui poter attingere. Tutto ciò senza contare che la situazione economica, sociale e politica del Paese è così problematica che tutto può succedere tranne che si perpetui all’infinito l’attuale condizione di stallo.

Cambiare, in fondo, non è sempre una scelta. Può diventare un obbligo. L’importante, però, è cambiare in meglio.

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