Chi non conosce, non comprende e non analizza il passato, può vivere un fastoso presente, ma non può tracciare l’orizzonte del futuro. La lettera aperta di Stefania Craxi al presidente del Consiglio dopo alcune frasi del premier sull'ex leader socialista.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Caro Presidente del Consiglio,

nonostante siano trascorsi alcuni decenni, le ferite del “duello a sinistra” continuano a sanguinare. I pregiudizi, l’incapacità di guardare con obiettività ed autocritica ad un passato che sembra non passare, sono limiti palesi di una certa sinistra finanche di nuovo conio.

Anche se il tempo, da sempre galantuomo, e la recente storiografia rendono sempre più omaggio alla verità ed archiviano le menzogne di Stato su Craxi, in pochi, ancora, hanno avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di fare i conti con la sua storia e la sua lezione.
Seppur con grande sforzo, di alcuni, provo a comprenderne le ragioni.

Per i figliocci di Berlinguer, cresciuti alle Frattocchie a pane e comunismo, Craxi, impersonando quella sinistra “normale” perché moderna, riformista ed europea, rappresentò un nemico da abbattere in quanto metteva in discussione la loro stessa esistenza politica.
Anziché scegliere la strada del revisionismo e dell’unità socialista, scelsero la barbarie giustizialista, condannando la sinistra post-comunista e democristiana ad un ventennio di sconfitte e di subalternità.

Ciò che invece non riesco a comprendere è l’avversità a priori, quasi come fosse un dogma da ossequiare, di chi non visse quella storia, quella stagione, e si presenta come il nuovo, come il cambiamento, parodiando proprio quella sinistra che Craxi rappresentò in Italia ed in Europa.
Le sue parole su Craxi nel corso della trasmissione “Che tempo che fa”, sono pertanto la palingenesi del cattocomunismo e la contraddizione incarnata.

Rivendica per sé il ruolo del modernizzatore, del rappresentate della sinistra riformista e socialdemocratica, guarda a Blair (che per sua ammissione si ispirò a “meriti e bisogni”), venera Clinton (Craxi fu il primo a parlare di internazionale democratica) e poi sceglie “ovviamente” Berlinguer, che fu un grande leader carismatico, ma non certo un riformista!
Al di là dell’opportunismo e della spicciola convenienza – peculiarità di chi non ha cultura e principi di riferimento – e dell’ignoranza storica appalesata, la sua scelta tradisce la nuova cultura del Pd che, purtroppo, sa tanto di vecchio.

Chi non conosce, non comprende e non analizza il passato, può vivere un fastoso presente, ma non può tracciare l’orizzonte del futuro. Il compito di un politico, di un vero leader, è poi anche quello di prevedere il domani.

Per questo spero che vorrà leggere il libro, con le note e gli appunti inediti di Bettino da Hammamet che mi sono premurata di farle recapitare a Palazzo Chigi. Troverà non un libro di memorie, ma dei testi che hanno l’afflato del futuro.

Non solo potrà così provare a capire chi era Craxi e cosa sia il riformismo, ma potrà trarne utili spunti per la sua azione di governo che, propositi e dichiarazioni a parte, sembra come un’oasi nel deserto.

Stefania Craxi

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