L’8 ottobre – mercoledì – dovrebbe arrivare in Assemblea il tanto discusso provvedimento sul conflitto di interessi. Lo ha deciso la conferenza dei Capigruppo di Montecitorio, mediando tra la proposta iniziale (15 giorni di dilazione) e la richiesta di Sel e M5S: discussione subito.

Quella di Montecitorio sarà una discussione importante e, si può immaginare, non priva di sorprese. Staremo a vedere. Nel frattempo però possiamo tenere sotto controllo la situazione dei futuri Commissari UE, che nei giorni scorsi hanno dovuto passare l’ultimo esame (una “quasi” formalità) prima della nomina ufficiale: le audizioni di fronte al Parlamento europeo. In realtà il tema dei possibili conflitti di interesse non è stato al centro del dibattito. Qualcuno però ha tenuto gli occhi aperti, memore del recente passato in cui più di un Commissario si è dovuto giustificare di fronte a (veri o presunti) conflitti tra l’incarico pubblico e l’attività privata. I dubbi più forti li ha sollevati il Corporate Europe Observatory in merito a diversi candidati, tra cui questi 3:

    Carlos Moedas, portoghese, designato alla guida di ricerca/scienza e innovazione. Ufficialmente Moedas viene da un incarico pubblico: nel governo portoghese, da Segretario di Stato del Primo Ministro, si è occupato di monitorare lo stato di avanzamento del programma di austerity imposto dalla Troika. In realtà – notano quelli di CEO – Moedas ha molti legami con il settore privato. Per dirne alcuni: nel 2012 acquista il pacchetto azionario di maggioranza di Crimson Investment Management e poi lo trasferisce alla moglie. A questo si aggiunge una lunga lista di incarichi di vertice in aziende e banche d’affari, molte delle quali sono terminate in epoca recente. La dichiarazione di interessi pubblicata da Moedas non ha sciolto tutte le perplessità (la trovate QUI). 

    Valdis Dombrovskis, lituano, designato per euro e dialogo sociale. Transparency International ha criticato la nomina richiamando un’indagine in corso da parte dell’ufficio anti-corruzione lituano. In sostanza, la moglie di Dombrovskis (in partnership con il marito della consulente legale di Dombrovskis) sono coinvolte in una vicenda di fondi bancari elargiti, pare, con troppa facilità all’impresa di cui sono titolari (QUI tutti i dettagli del caso).

    Vera Jourova, Repubblica Ceca, designata per giustizia, consumi e pari opportunità. A differenza dei precedenti, la Jourova è al centro dell’attenzione per i legami politici con l’oligarca Andrej Babis. Costui è una sorta di Berlusconi dell’Est: ricco imprenditore con forti legami con la politica. Il fatto che una sua sodale possa arrivare al ruolo di Commissario europeo spaventa coloro che sospettano la Jourova di essere una esecutrice delle disposizioni di Babis.

    Come sempre in questi casi è difficile capire quanto ci sia di vero nelle illazioni diffuse a mezzo stampa, e quanto effettivamente siano forti i legami tra i designati al ruolo di Commissario e la loro precedente appartenenza politica o imprenditoriale. Il codice di condotta dei Commissari europei (QUI) parla chiaro, apparentemente: si chiede loro la massima neutralità rispetto a qualsiasi interesse. Il problema – non solo europeo, ma di tutti i divieti di questo tipo – sta nella zona grigia tra i legami acclarati (ed evidentemente vietati) e quelli di cui si sospetta (per cui, ovviamente, non è facile stabilire quanto forte sia la distorsione della neutralità). Un punto sul quale faranno bene a riflettere anche i nostri deputati quando discuteranno la legge sul conflitto di interessi. Troppe regole, o troppo poche, fanno solo confusione.

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