In attesa del vaglio parlamentare, l'economista Salerno commenta i due punti in cui la Legge di Stabilità tocca la Previdenza Complementare: il Tfr in busta paga e l'inasprimento della fiscalità sul maturato di gestione degli strumenti previdenziali.

Il combinato disposto dei due inteventi (TFR e previdenza complementare) solleva non poche contraddizioni, soprattutto in controluce agli sforzi e ai difficili passi avanti compiuti negli scorsi dieci-quindici anni per sviluppare la previdenza complementare in Italia.

Un concorso della previdenza complementare alla manovra contenuta della Legge di Stabilità, se ritenuto non evitabile, avrebbe potuto prevedere altri interventi con un impatto probabilmente meno distorsivo sul percorso futuro del multipillar e rispondenti a una logica di sistema:

1. Passare dalla deducibilità alla detraibilità per le contribuzioni del lavoratore e del datore di lavoro allo strumento di previdenza complementare (ulteriori rispetto all’accantonamento Tfr), così seguendo una delle best practice dell’Ocse;
2. Differenziare la fiscalità degli strumenti previdenziali collettivi (fondi chiusi e aperti) da quelli individuali (polizze assicurative a finalità previdenziale);
3. Disegnare cum granu salis una clausola di salvaguardia che preveda che, per periodi limitati, le agevolazioni fiscali per i contributi del lavoratore e del datore di lavoro possano essere ridotte, ma che non nessun altro aspetto dello strumento di previdenza complementare possa esser modificato.

Di ciascuna proposta si fornisce la ratio. Importnate argomentare soprattutto il punto 2., che potrebbe a prima vista apparire discriminatorio. Con specifico riguardo al punto 3., se si partisse da uno schema a detrazione dall’imposta (suggerito al punto 1)), che ha delle proprietà virtuose in termini distributivi, allora la soluzione potrebbe essere anche un taglio lineare delle agevolazioni, di una percentuale che può esser discussa e valutata di volta in volta ma che deve rispondere ai criteri dell’eccezionalità dell’evento e della moderazione. Se si muovesse in questa direzione, la previdenza complementare sarebbe tutelata da interventi pervasivi e arbitrari, e si saprebbe sin dall’inizio che in caso di necessità un sacrificio potrebbe esser richiesto solo nella fase di contribuzione e solo pro-tempore e secondo un predefinito meccanismo. Una sorta di “mantice” da attivare solo in caso di necessità e in misura adeguata.

Probabilmente non sono queste le uniche tre alternative ipotizzabili. Sono tre esempi di interventi che, razionalizzando e riducendo la tax expenditure, concorrerebbero a creare disponibilità nel bilancio pubblico poi utilizzabili come meglio si ritiene per affrontare la congiuntura.
Il vantaggio, rispetto a quanto attualmente previsto nella Legge di Stabilità, è che esse permetterebbero di evitare o almeno attutire gli effetti negativi sulla previdenza complementare elencati nella prima parte della Nota.

Inoltre, le tre proposte, adottate assieme, corrisponderebbero a un perfezionamento delle regole della previdenza complementare da mantenere in futuro. Ci sarebbe una logica, una visione, una attenzione esplicita agli aspetti equitativi in un momento in cui famiglie e giovani ne hanno bisogno.

Adesso, con tutte le attenuanti della difficoltà del momento e dei tanti fronti critici, l’intervento sul Tfr e quello sulla fiscalità della previdenza complementare appaiono difettosi sia nella logica che nella visione. Metter mano alla previdenza senza una visione a lungo termine è un errore che è già stato altre volte commesso in Italia e da non ripetere.

L’augurio è che il passaggio parlamentare possa portare sostanziali modifiche migliorative.

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