L’anno che verrà in Italia sarà segnato dal nuovo presidente della Repubblica e in Europa dalla nuova ambizione tedesca. L’una cosa e l’altra non sono affatto disgiunte. Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze e cervello fine della CDU, ha parlato già di un progetto dall’ampio respiro: una politica fiscale comune e un ministro delle Finanze europeo, passo avanti verso l’integrazione. L’Italia ci può stare e a quali condizioni?

In attesa che gli economisti ci inondino di cifre, è bene mettere sul tavolo una condizione politica che si chiama reciprocità: le scelte debbono valere per tutti, a cominciare dai più forti. In un incontro pre-natalizio alla Fondazione Ugo La Malfa, nessuno degli economisti e dei giuristi intervenuti credeva che un futuro Mr. Fisco possa imporre qualcosa a Berlino. E se non lo credono gli eredi dell’europeismo laico di La Malfa e Altiero Spinelli figuriamoci i grillini o i leghisti.

L’Unione in cui viviamo non possiede uno spirito federale. C’è un nocciolo duro di Paesi, o meglio una corona attorno alla Germania; tutti gli altri sono considerati periferici. Ma, attenzione, in questa Europa a geometria più che variabile, esistono diverse periferie: quella forte rappresentata da Gran Bretagna e Paesi scandinavi; quella che converge verso il centro come la Polonia e quella marginale che si identifica con il sud. Mentre alcuni sono in grado di esercitare un opt-out, gli ultimi non saranno mai primi.

Per non restare tagliata fuori, di fronte alla proposta tedesca l’Italia dovrebbe dire “vedo”, ma è in grado di farlo? Prima ha bisogno di riacquistare il potere negoziale perduto – si dice – quindi è necessario che metta i propri conti a posto. In un mercato integrato, in assenza di barriere protezionistiche, il potere sovrano è inversamente proporzionale al debito. E’ vero, ma non del tutto perché sappiamo bene che chi conta può anche far male I conti (come è avvenuto per la Francia e la stessa Germania).

Se le cose stanno così, l’Italia può aprire un negoziato cominciando con il riaffermare il proprio ruolo geopolitico, quello stesso che l’ha portata a far parte dei cinque grandi d’Europa, sottovalutato, se non trascurato del tutto, nell’epoca dell’”economicismo volgare”.

Ciò vuol dire che Roma deve essere rappresentata da una figura che possegga il peso intellettuale oltre che politico per proporre soluzioni nuove, tutelando gli interessi nazionali all’interno dell’interesse comune. Matteo Renzi ha alzato la voce ed è ingiusto sostenere che non si sia fatto ascoltare; ma francamente non viene considerato abbastanza autorevole. Del resto, a meno che non si riformi la Costituzione, il tutore della nazione resta il presidente della Repubblica.

Giorgio Napolitano ha assunto un ruolo sempre più attivo anche in Europa, soprattutto a partire dallo strappo del 2011, ma è sempre rimasto dentro uno schema di pensiero che ha accomunato un certo mondo moderato (pensiamo a Guido Carli, La Malfa, lo stesso Gianni Agnelli) e i “miglioristi” del Partito comunista, convinti che “il vincolo esterno” avrebbe indotto gli italiani a cambiare. Quindi, bisognava “restare attaccati alle Alpi per non scivolare nel Mediterraneo” (o non subire i diktat di Mosca nel caso dei comunisti), e accettare la lezione dell’Europa renana perinde ac cadauer.

Non ha funzionato e oggi non è più proponibile perché la globalizzazione rimette in discussione proprio quel modello. La stessa Germania, del resto, ne sta traendo le conseguenze e gioca la sua partita nazionale. Liberi tutti? No, ma bisogna cercare un modo diverso di stare in una Unione europea disposta a cambiare se stessa. Ebbene nel dibattito sul successore di Napolitano, questo aspetto viene del tutto trascurato. Eppure, oggi come oggi, è il punto chiave per definirne il profilo.

Stefano Cingolani

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