Tesi, consigli e scenari da un seminario organizzato da Febaf ed Economia Reale al quale hanno partecipato anche Paolo Savona, Pierluigi Ciocca, Marco Fortis, Marcello Messori e Sergio de Nardis

Aggressione del debito pubblico e di una spesa corrente tutt’altro che diminuita. Tagli robusti alla pressione fiscale. Rilancio della produttività e competitività. Ruolo della finanza nel far ripartire la crescita, gli investimenti, il risanamento del territorio, il Welfare.

Questi i temi al centro del convegno “Tre mosse per archiviare la crisi. Le prospettive economiche 2014-2018”, promosso ieri a Roma dalla Federazione delle banche, assicurazioni, finanza presieduta da Luigi Abete e dal Centro studi Economia reale.

Il quadro dell’economia mondiale ed europea

L’iniziativa ha evidenziato ritardi e nodi irrisolti del panorama economico-sociale europeo. Ben diverso, ricorda il Senior Advisor del pensatoio Oxford Economics Emilio Rossi, da quello rilevato negli Stati Uniti.

Realtà che grazie al pragmatismo delle proprie radici culturali e politiche ha puntato a risolvere gli effetti della crisi del 2007-2008 con tutti gli strumenti pensabili: salvataggio dell’assetto bancario, forte immissione di liquidità e ridotti tassi di interesse, strategie industriali e rilancio del comparto automobilistico, piena autonomia energetica, provvedimenti fiscali che hanno aumentato il rapporto fra deficit e Prodotto interno lordo.

L’Unione Europea, per via di un modello istituzionale lento e farraginoso, ha registrato invece gravi carenze nel doppio versante delle politiche espansive e delle riforme strutturali su lavoro e offerta di beni-servizi. Il risultato dei continui compromessi al ribasso è una crescita esponenziale dei debiti sovrani e privati, e il rischio della deflazione in una cornice produttiva stagnante.

L’esigenza di un “intervento esterno”

Lo studioso è scettico sui benefici derivanti da un intervento di acquisizione rilevante di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea: “Perché produrrà effetti di breve termine nel terreno dello sviluppo”.

Ai suoi occhi l’unico “aiuto” efficace che possiamo attenderci è un rafforzamento del dollaro con conseguente svalutazione dell’euro nei mercati mondiali. E la stabilizzazione a 60 dollari del costo del petrolio a barile: “Fenomeno che nel medio-lungo termine potrebbe favorire un tasso di crescita del 2-3 per cento”.

Le previsioni poco incoraggianti per l’Italia

Ma in assenza di tali fattori le prospettive dei prossimi anni per l’Italia non lasciano ben sperare. La previsione tendenziale per il 2014-2018, osserva il presidente del Centro Studi Economia Reale Mario Baldassarri, già viceministro dell’Economia nel governo Berlusconi, parte dall’esame di una Legge di stabilità che muove 8,5 miliardi di risorse e taglia 7 miliardi di spesa: “È questo il frutto del compromesso raggiunto con Bruxelles per ridurre dello 0,3 per cento il deficit. Accordo che toglie 4,5 miliardi di euro a riduzioni di tasse e investimenti”.

L’impatto della manovra finanziaria sul tasso di crescita sarà pari allo 0,1 per cento nel 2015 e raggiungerà l’1 per cento nel 2018. Anno in cui il tasso di persone prive di lavoro continuerà ad attestarsi al 12 per cento, mentre il debito pubblico registrerà un desolante 130 per cento del PIL.

Un riequilibrio necessario

È l’effetto perverso – rimarca l’ex parlamentare – di 13 anni di austerità. Rispetto a tutto ciò “i riflessi dei giusti interventi riformatori per la competitività si avvertiranno tra 4-5 anni”. Nel frattempo, chiede lo studioso, l’economia europea resterà viva in un quadro così preoccupante di recessione?

Ciò che serve a suo giudizio è un’iniziativa volta a bilanciare le asimmetrie rilevate tra i vari Stati membri. A partire dalla Germania, che vanta un surplus nella bilancia commerciale superiore al 6 per cento previsto dai trattati europei. “Fattore altrettanto destabilizzante dell’eccessivo deficit”.

Tre mosse per archiviare la crisi

Per capovolgere la rotta l’economista propone un programma di iniziative ben precise.

La prima è la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, per rendere la valuta comunitaria più rispondente al tessuto produttivo.

La seconda è una politica di bilancio fondata su robusti tagli di spesa e tasse. Bersaglio del suo progetto è la montagna delle uscite regionali finalizzate in gran parte al comparto sanitario.

Rivendicando la validità dell’esortazione rivolta da Matteo Renzi ai governatori, Baldassarri punta il dito contro gli acquisti di beni e servizi che negli ultimi 5-6 anni hanno provocato un costo di 30 miliardi di euro. Agendo con il bisturi contro sprechi e malversazioni, si potrebbero risparmiare tra i 10 e i 20 miliardi di euro. L’alto bersaglio della sua analisi critica concerne i trasferimenti regionali a fondo perduto: 17 miliardi che ogni anno vanno a foraggiare comparti poco produttivi e spesso decotti.

La sua proposta prevede un taglio di 20 dei 37 miliardi complessivamente rappresentati dalle due voci. Risorse adeguate, precisa, per azzerare l’IRAP e ridurre l’IRPEF.

Il terzo pilastro del progetto prospetta l’assegnazione del patrimonio immobiliare pubblico a un fondo di valorizzazione in grado di emettere emissioni acquistabili da chi è interessato a rilevare un’edificio: “Una ricchezza che nell’arco di 3 anni potrebbe produrre entrate per 300 miliardi”.

Effetti virtuosi per l’economia reale e per i conti pubblici

A parere dello studioso l’intero pacchetto di misure potrebbe favorire nel giro di 2-3 anni una crescita del 2 per cento – il 3 con un cambio vantaggioso per l’euro – un calo della disoccupazione al 7-8 per cento, un riequilibrio tra deficit e PIL con un surplus di bilancio nel 2020, un tasso di inflazione al 2 per cento. “Tutto ciò senza elemosinare nulla in Europa e senza ricorrere a manovre correttive fondate su inasprimenti fiscali”.

I nodi da sciogliere

Progetto che alimenta più di una perplessità in Sergio De Nardis, Chief Economist di Nomisma: “Un cambio tendenzialmente paritario tra euro e dollaro rischia di riversare nelle aree extra-UE le carenze di domanda interna e la stagnazione produttiva dell’Euro-zona. Ed è arduo pensare che il governo di Berlino accolga l’idea di un tasso di inflazione forse al 3 per cento per molti anni al fine di consentire la crescita del Vecchio Continente”.

Gli interventi prefigurati da Baldassarri – evidenzia la Responsabile Analisi e Previsioni per l’economia italiana di Prometeia Stefania Tomasini – richiedono una trasformazione profonda delle istituzioni politiche. Nel frattempo “è necessario mettere in campo una strategia fiscale e finanziaria adeguata a ricostruire un rapporto di fiducia favorevole alla crescita”.

Finalità che per la studiosa vengono agevolate dai 15 miliardi di euro resi disponibili dalla Legge di stabilità per il reddito delle famiglie. Cifra a cui vanno aggiunti i 4 miliardi frutto della riduzione del prezzo del petrolio. A giocare un ruolo fondamentale potranno essere gli investimenti. Ragion per cui “bisogna fare leva sul piano da 300 miliardi preannunciato dalla Commissione UE che, archiviando i rischi di disgregazione dell’Euro-zona, mobilita risorse condivise liberandole dai vincoli di bilancio”.

L’Italia deve farcela da sola

Più improntata a crudo realismo la riflessione di Pierluigi Ciocca, vice-direttore della Banca d’Italia tra il 1995 e il 2006: “Il nostro ceto dirigente deve capire che la scarsa crescita e produttività registrata da oltre vent’anni nella penisola richiede una strategia di investimenti pubblici. Superiore per ricadute ed effetti rispetto alla riduzione delle tasse”.

Ma farlo, ricorda l’ex rappresentante di Via Nazionale, comporta uno sforamento dei limiti finanziari UE al pari di quando compiuto dalla Francia.

Riguardo la politica monetaria della BCE Ciocca resta scettico: “Tutt’al più potrà colmare la carenza di una strategia fiscale poco espansiva. Il problema è che nella Banca centrale europea si scontrano i fautori di un istituto modellato sulla Bundesbank e i supporter di un’Eurotower stile Federal Reserve”.

Un ventaglio di proposte

Ritornando allo scenario nazionale, il progetto Baldassarri convince solo in parte i suoi colleghi.

L’economista e direttore dalla Luiss School of European Political Economy Marcello Messori nega che le istituzioni politiche possano intervenire con rigore nel comparto della spesa pubblica: “Perché non coltivano una visione di Welfare e non sono in grado di rimuovere le rendite ad essa legate”.

A suo avviso le ricette da adottare non si esauriscono nella gestione e valorizzazione accurata del patrimonio immobiliare in vista della vendita sul mercato. Ma devono allargarsi a un programma di privatizzazioni di partecipazioni pubbliche in realtà industriali, a un allungamento dei tempi dei titoli di Stato a scadenza, alla valorizzazione dei fondi e rendimenti previdenziali integrativi. E a interventi orientati all’aumento della domanda aggregata.

Lo scetticismo sul piano Juncker

Una condivisione dell’intervento di riduzione del debito pubblico tramite la capitalizzazione del patrimonio edilizio statale e locale è manifestata da Paolo Savona, professore emerito di Politica economica all’Università Luiss “Guido Carli” e presidente della Fondazione Ugo La Malfa.

Misura più che mai necessaria, spiega lo studioso, per recuperare una politica economica nazionale nell’ambito dei vincoli vigenti: “Soprattutto in presenza di un progetto Juncker dai confini molto vaghi, vista l’entità esigua delle garanzie offerte per i 300 miliardi di investimenti. E alla luce di un’acquisizione di 1.000 miliardi di titoli dei debiti sovrani da parte della BCE che tarda a giungere e rischia di rimanere nel circuito finanziario anziché essere convogliato verso l’economia reale”.

È rischioso un taglio annuo di 20 miliardi della spesa pubblica

Perplesso sulla riduzione di 20 miliardi annui della spesa pubblica – compresi sprechi e interventi sulle aziende municipalizzati – è Marco Fortis, professore di Economia industriale e Commercio estero all’Università Cattolica di Milano e vice-presidente Fondazione Edison: “Un provvedimento del genere potrebbe provocare problemi di tenuta del Welfare e produrre risorse non sufficienti per pagare gli interessi sul debito pubblico”.

Ai suoi occhi l’unica strada percorribile è archiviare un Fiscal Compact che non può essere rispettato e rende impensabili le politiche espansive realizzate da Usa, Gb e Giappone. Intervento che deve essere affiancato da una “condivisione degli interessi eccessivi sui debiti sovrani a favore dei paesi che si sono sforzati con enormi sacrifici nel risanamento dei bilanci”.

Un’apertura di credito al governo italiano e europeo

Favorevole alle riflessioni di Baldassarri per “recuperare margini di interventi pubblici nazionali” è il presidente di FeBAF Luigi Abete.

Il quale accoglie di buon grado il progetto di investimenti produttivi promesso dall’esecutivo comunitario, “capace di mettere in campo nuove risorse finanziate dai paesi membri e gestiti dall’UE”.

E apprezza i provvedimenti del governo Renzi, “che hanno tolto alibi, grazie a sgravi fiscali e contributivi, all’assunzione di lavoratori ad opera delle aziende”. Per tale ragione Abete sprona gli imprenditori dei comparti produttivi tradizionali a scegliere se tornare a investire o trasferire le risorse in settori più innovativi.

Restiamo ancorati ai vincoli dell’Euro-zona

Modernizzazione che per il banchiere richiede l’ancoraggio pieno all’Euro-zona. E il rispetto del vincolo del 3 per cento nel rapporto deficit-PIL: “L’unico strumento che consente all’Italia di mantenere un potere negoziale finalizzato a ottenere politiche di flessibilità finanziaria, sviluppo, aiuto alla competitività delle piccole e medie imprese”.

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