Il film-documentario realizzato da Tatti Sanguineti ricostruisce con la voce dell’ex politico Dc un rapporto intenso e mai banale con la “settima arte”.

“Ricordo che da bambino vidi per tre volte il film “Dottor Jekyll e Mister Hyde”. Mi colpiva come la stessa persona potesse avere un doppio volto. Nel grande schermo e nella vita”.

Con parole rivelatrici della sua attrazione per l’ambivalenza umana, Giulio Andreotti spiegava al regista Tatti Sanguineti le radici della propria passione per la “settima arte”.

Una conversazione fiume

È uno dei passaggi cruciali della pellicola-documentario “Giulio Andreotti – Il cinema visto da vicino”, distribuita dall’Istituto Luce-Cinecittà e presentata al recente Festival di Venezia.

Il lavoro è frutto di una lunga intervista durata 45 ore e articolata in 21 incontri avvenuti nel 2004 tra il critico cinematografico e il rappresentante della Democrazia cristiana.

Un ruolo essenziale per il cinema italiano

Alternando i ricordi e le riflessioni dell’ex capo del governo con materiali di archivio, viene ricostruita la stagione febbrile della ricostruzione della cinematografia italiana all’indomani della guerra mondiale. Ed è messo in rilievo il ruolo svolto dal giovanissimo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio negli esecutivi guidati da Alcide De Gasperi dal 1947 al 1954.

Ruolo fondamentale. Perché grazie alla delega per lo Spettacolo il politico democratico-cristiano promosse provvedimenti strategici per la ripresa dell’industria della celluloide. Dalla legge di sostegno al cinema del 1949 alla riapertura di Cinecittà, dal salvataggio dell’Istituto Luce al rilancio della grande produzione internazionale.

Giusto vietare i film osceni

La relazione con la “settima arte” costellò le tappe della vita di Andreotti. Fin dall’educazione ricevuta nel corso dell’adolescenza, in cui rischiò di finire in seminario per un brillante percorso ecclesiastica. Passando per il primo comizio improvvisato nel centro laziale di Anagni: “Nel quale imparai che era fondamentale parlare senza leggere e memorizzare la prima e l’ultima frase. Anche se rivolgersi al pubblico creava sudore freddo”.

Fu anche grazie a quell’intervento che l’esponente della Dc fece ingresso nell’Assemblea Costituente. Approvando l’inserimento, nell’Articolo 21 della Carta repubblicana, del divieto di “pubblicazioni oscene” riferito anche alle creazioni cinematografiche.

Nozione che portò avanti nel corso dell’incarico governativo di stretto collaboratore di De Gasperi.

Come agiva il “censore” Andreotti

Andreotti provvide a rilanciare i lavori di Cinecittà risistemando le migliaia di persone sfollate che vi avevano trovato rifugio. Contemporaneamente avviò l’attività di censura e controllo sui film che avrebbero potuto essere proiettati.

Funzione, ricorda il più volte ministro, che fu affrontata “con piacere ricorrendo a un sonnellino strategico di 15 minuti durante la visione di numerose pellicole”.

Ma che gli valse un’ostilità vasta e politicamente eterogenea. Perché egli non fu bersaglio esclusivo delle forze progressiste che lo accusavano di voler proibire le creazioni non gradite al governo e di essere un nemico puritano della libertà artistica.

Le critiche di parte cattolica

Il politico democratico-cristiano fronteggiò anche l’attacco di Luigi Gedda – fondatore e animatore dei Comitati civici fiancheggiatori della Dc nella competizione elettorale del 1946 contro il Fronte popolare – che aveva realizzato una pellicola ispirata al pacifismo integrale.

Film che, attraverso la riproposizione di immagini realistiche e crude della Shoah, criticava aspramente la svolta atlantica e filo-Usa della politica di De Gasperi.

Vittima della censura attuata dal governo furono poi le rievocazioni della stagione fascista. Compreso il suo tragico epilogo. Fu il caso di un film di ispirazione politico-culturale “azionista” che ricostruiva la fucilazione di Benito Mussolini e Claretta Petacci.

Una ferita aperta

“Nessuna proibizione. Solo un’azione preventiva in una fase storica molto delicata”, replica Andreotti.

Il taglio più doloroso nel corso dell’incarico a Palazzo Chigi coinvolse la contro-inchiesta cinematografica realizzata per il Partito comunista dal regista Carlo Lizzani, riguardante l’eccidio di 6 operai delle Fonderie Riunite di Modena perpetrato nel 1950 dalla polizia guidata dal ministro dell’Interno Mario Scelba.

“Furono avvenimenti tragici – ricorda l’ex Presidente del Consiglio – da ricondurre alla temperie storica della prima Guerra fredda. Quando l’Italia rischiava insurrezioni sociali e lacerazioni violente ad opera delle forze politiche filo-sovietiche”.

Una legge fondamentale

Meno drammatica la censura operata nei confronti di una manifestazione promossa nel 1949 a Roma dai principali cineasti e attori italiani per chiedere un’azione del governo a favore della produzione cinematografica nazionale. Penalizzata dall’ondata di pellicole americane che all’epoca dilagava nelle sale di proiezione.

La grande affluenza di persone in Piazza del Popolo fu giustificata nei cinegiornali ufficiali con il desiderio popolare di ammirare le tante celebrità del grande schermo riunite nello stesso luogo. Il clima effettivo esprimeva invece una massiccia avversione verso le autorità.

Tuttavia il governo rispose alle richieste avanzate da registi e attori. Nel dicembre 1949 venne approvata su iniziativa di Andreotti una legge sul cinema che riequilibrava il rapporto tra cinema americano e pellicole italiane, riservando a queste ultime un robusto supporto finanziario e giornate di programmazione settimanale nelle sale. Fu un atto fondamentale per il rilancio della produzione cinematografica nazionale.

“Lavare in casa i panni sporchi”

Ciò non fermò l’attività di controllo e tagli su opere simbolo del neo-realismo come “Umberto D.” di Vittorio De Sica.

La motivazione ufficiale addotta da Andreotti fu la raffigurazione del ceto impiegatizio statale e dei pensionati pubblici come fascia sociale in precarie condizioni economiche e a rischio povertà, disperso con modi bruschi dalle forze dell’ordine nel corso di una manifestazione pacifica.

“Il regista – scriveva il rappresentante dell’esecutivo – rende un pessimo servizio all’Italia di metà Novecento attraverso una rappresentazione non veritiera. E in ogni caso i panni sporchi si lavano in casa”.

La stoccata di Sordi

Non giunse mai alla censura ma creò “un leggero fastidio” in Andreotti il personaggio del “compagnuccio della parrocchietta”, giovane petulante proveniente dall’Azione cattolica interpretato da Alberto Sordi in “Mamma mia che impressione”.

Una macchietta che veniva percepita dagli spettatori come insidiosa minaccia nell’eventualità conquistasse il potere. Ebbene quell’immagine, rivelò l’attore diversi anni più tardi, era una metafora del politico Dc.

Il cinema, oggetto di amore e censura

Come nel terreno politico e giudiziario, anche nel rapporto con la “settima arte” il giudizio su Andreotti non sarà mai univoco.

Un elemento è certo. E lo illustra lui stesso al termine del film: “Verso la censura ho svolto un ruolo controverso e ambivalente”. A riprova della coesistenza di fedeltà a un incarico istituzionale, curiosità e amore per il cinema, auto-ironia sdrammatizzante, rapporto conflittuale con i cineasti.

Un atteggiamento ricco di chiaroscuri, cifra distintiva del personaggio. Lontano da quello di censore intransigente incarnato da chi nel 1954 gli succedette nella veste di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega allo Spettacolo: Oscar Luigi Scalfaro.

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