Basta polemiche su Papa Francesco. Parla Introvigne

Basta polemiche su Papa Francesco. Parla Introvigne
Le reazioni dopo le parole e i gesti di Bergoglio in Turchia analizzate da Massimo Introvigne, sociologo, esperto di movimenti religiosi, coordinatore dell'Osservatorio della Libertà Religiosa della Farnesina

“L’ecumenismo? Inizia certamente con i gesti ma poi si attua con i fatti” dice a Formiche.net il professor Massimo Introvigne a proposito della visita del Santo Padre in Turchia. Il sociologo, esperto di movimenti religiosi, coordinatore del’Osservatorio della Libertà Religiosa del Ministero degli Esteri e fondatore del Centro Studi sulle Nuove Religioni, precisa però che molte delle polemiche su gesti e frasi di Bergoglio sono “pretestuose e infruttose”.

Come giudicare l’inchino di Papa Francesco al Patriarca di Costantinopoli?
Nel discorso che ha fatto ha distinto fra i diversi tipi di ecumenismo: quello dei gesti è molto importante, inizia infatti con l’abbraccio fra Paolo VI e Atenagora con una serie di passaggi attraverso Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma dovrà essere completato dall’ecumenismo teologico, perché i gesti da soli non possono risolvere il problema ancorché i gesti supportino il dialogo teologico e non lo ostacolino.

Si aspettava il silenzio sul rischio che Santa Sofia possa essere trasformata in Moschea, così come annunciato più volte dal presidente Erdogan?
Conosco abbastanza bene la diplomazia vaticana per sapere che queste cose si concordano prima con i governi ospitanti. Anche il riferimento al genocidio degli Armeni, fatto con un giudizio molto puntuale, è venuto sul volo di ritorno e dopo aver lasciato il suolo turco. E’ consuetudine nelle scuole statunitensi di diplomazia. Sul punto il governo turco è iper sensibile, non credo avrebbe apprezzato nessuno dei due riferimenti.

Sono stati gettati i semi in vista del Concilio panortodosso che si terrà a Costantinopoli nel 2016?
Il problema principle nella riconciliazione tra Roma ed ortodossi come ha mostrato la recente conferenza di Amman, tredicesima seduta del dialogo teologico, non sta in Italia ma nelle liti interne agli ortodossi. Con Papa Francesco, anche tramite un processo iniziato se si vuole con il Concilio Vaticano II, ma certamente con l’Enciclica di San Giovanni Paolo II Autunum Sint, poi con l’impegno di Benedetto XVI, Roma ormai è arrivata quasi a dire che possono rientrare senza condizioni. E riconoscendo solo il primato di residenza nella carità al Papa.

Cosa è emerso ad Amman?
Che le liti intestine raggiungono livelli sempre molto forti tra gli ortodossi, fra cui si nascondono spesso questioni politiche. Vi è certamente il timore del mondo russo, di una perdita dell’egemonia pratica del Patriarcato di Mosca rispetto al più piccolo, ma storicamente significativo, Patriarcato di Costantinopoli. Il nodo vero è che gli ortodossi non si mettono mai d’accordo. Penso che la prospettiva realistica non sia quella della riconciliazione tra Roma e gli ortodossi, sarebbe un modo sbagliato di porre la questione, ma fra Roma e una parte di quel mondo. Perché vi sarà sempre un’altra parte che non vedrà di buon occhio tale riconciliazione.

Le questioni politiche quanto potranno incidere?
Molto significativo è l’accenno, cauto e riconciliante, nella dichiarazione comune di Papa Francesco e Bertolomeo I all’Ucraina, perché uno dei timori del Patriarcato russo è che il resto del mondo ortodosso sia poi spinto dall’incontro con Roma su posizioni filo occidentali e anti russe. Per questo da quella dichiarazione comune si evince la volontà di non condannare Mosca e affrontare il tema ucraino in uno spirito di dialogo che tenga conto degli interessi di tutte le parti.

Il fatto che nella Moschea Blu senza scarpe, accanto al Gran Muftì Rahmi Yaran, Bergoglio abbia pregato in arabo, è un altro segno di apertura?
Ho letto le intemperanze di Mario Giordano su Libero, ma a me pare che ci sia qui un “effetto Socci”. Per cui tutto ciò che fa il Papa viene interpretato come rivoluzionario e in modo polemico, mentre non si contano i gesti simili di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Quest’ultimo pregò dinanzi alla nicchia rivolta alla Mecca nello stesso punto dove lo ha fatto Bergoglio. Mi sembra che le polemiche siano pretestuose e infruttuose. Naturalmente il dialogo dei gesti non sostituisce, ma affianca, la chiarezza delle posizioni, e qui il Papa ha detto chiaramente che le autorità islamiche devono condannare il terrorismo e le persecuzioni contro i cristiani.

Prossimo desiderio del Papa visitare l’Irak: fattibile?
Non dipende dal Papa che lì non può autoinvitarsi per questioni di diritto internazionale, ma lo dovrebbero fare le autorità riconosciute a Baghdad, ovvero il governo a maggioranza sciita. Occorreranno delle condizioni, come la lista di cose di cui il Papa non potrà parlare: insomma, un lungo lavoro diplomatico. Inoltre il governo iracheno non avanzerà l’invito se non si sentirà in condizione di garantire la massima sicurezza per via del rischio attentati. Sarebbe quasi un invito ai terrorismi a colpire.

twitter@FDepalo

ultima modifica: 2014-12-01T16:39:54+00:00 da Francesco De Palo

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  • Roberto Mangione

    In realtà Mario Giordano ha scritto: “non abbiamo radici. Le stiamo perdendo. L’Europa non ce le riconosce. Le chiese si svuotano. I preti invecchiano. I ragazzi non vanno più a catechismo. Dopo la cresima c’è la fuga. I valori del matrimonio e della vita sono messi costantemente in discussione. La famiglia tradizionale è massacrata. Come si può dialogare se non si hanno più valori da rappresentare? Come si possono aprire le porte agli altri, se non si è fortemente saldi dei propri principi? Se i propri valori sono stati attaccati, messi in vendita e liquidati? In queste condizioni il ponte rischia di crollare. Non per il gesto del Papa, non per una preghiera rivolta alla Mecca, non per la Moschea Blu circondata da Paesi rosso sangue. Il ponte rischia di crollare perché lanciamo gittate in avanti senza assicurarci della nostra tenuta. Non perché loro sono violenti, ma perché noi siamo deboli. E perché anziché rafforzare la nostra debolezza, ci esponiamo alla loro forza. Al loro fanatismo. Alla loro violenza. Fino al giorno in cui sarà troppo tardi.”

  • Roberto Mangione

    In realtà Mario Giordano ha scritto: “non abbiamo radici. Le stiamo perdendo. L’Europa non ce le riconosce. Le chiese si svuotano. I preti invecchiano. I ragazzi non vanno più a catechismo. Dopo la cresima c’è la fuga. I valori del matrimonio e della vita sono messi costantemente in discussione. La famiglia tradizionale è massacrata. Come si può dialogare se non si hanno più valori da rappresentare? Come si possono aprire le porte agli altri, se non si è fortemente saldi dei propri principi? Se i propri valori sono stati attaccati, messi in vendita e liquidati? In queste condizioni il ponte rischia di crollare. Non per il gesto del Papa, non per una preghiera rivolta alla Mecca, non per la Moschea Blu circondata da Paesi rosso sangue. Il ponte rischia di crollare perché lanciamo gittate in avanti senza assicurarci della nostra tenuta. Non perché loro sono violenti, ma perché noi siamo deboli. E perché anziché rafforzare la nostra debolezza, ci esponiamo alla loro forza. Al loro fanatismo. Alla loro violenza. Fino al giorno in cui sarà troppo tardi.”

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