Può darsi che ci sia troppa malizia, nonostante la famosa convinzione andreottiana che a pensare male si faccia peccato ma spesso s’indovini, nelle allusioni a Matteo Renzi che sono state viste, in particolare da Il Fatto quotidiano, e con la sostanziale condivisione dell’autorevole Gianfranco Pasquino, dietro le parole pronunciate ieri da Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei contro “i banditori di smisurate speranze”. Che farebbero male al bene comune quanto “i senza speranze”, i cultori della “letteratura apocalittica” e delle “previsioni catastrofiche”, fra i quali si potrebbero scorgere le sagome di un altro Matteo, il nuovo segretario leghista Matteo Salvini, e il sempre comico ma ora anche politico Beppe Grillo.

Può darsi, ripeto, che ci sia troppa malizia in questa lettura antirenziana dell’intervento del capo dello Stato, sempre più vicino alle dimissioni ma sempre più desideroso di lasciare il segno del suo doppio mandato, unico d’altronde nella storia della Repubblica, anche se il secondo è destinato all’interruzione volontaria ben prima della sua scadenza ordinaria. Contro questa lettura antirenziana potrebbe persino giocare un altro, precedente passaggio del discorso di Napolitano: quello sugli errori compiuti dal suo partito di origine, il Pci, quando alimentava speranze di “rivoluzione”, per giunta sul modello sovietico. Erano speranze, quelle dei comunisti, per niente “ragionevoli e da coltivare con perseveranza e con ogni sobrietà, giorno per giorno”, come debbono essere invece quelle di veri democratici, raccomandate da Napolitano nella parte finale del discorso, ispirata a parole e a concetti di Paolo Rossi Monti.

Eppure non si sbaglia per niente ad attribuire al presidente ormai uscente della Repubblica una chiara e crescente insofferenza, o delusione, nei riguardi del presidente del Consiglio: insofferenza, o delusione, che ha probabilmente contribuito non poco ad accentuare la sua già consistente e comprensibile stanchezza fisica, per quanto egli porti benissimo i suoi quasi novant’anni. Non possono essere piaciute a Napolitano, per esempio, le notizie e voci sulle smanie elettorali di Renzi giuntegli proprio mentre si preparava all’appuntamento con l’Accademia dei Lincei per parlare di “crisi di valori da superare e speranze da coltivare per l’Italia e l’Europa di domani”.

Sono mesi ormai, e non solo settimane, che Renzi e i suoi amici reagiscono alle difficoltà che incontrano, e che spesso si vanno a cercare, minacciando il ricorso alle elezioni anticipate, tentando accelerazioni e forzature del percorso parlamentare della nuova legge elettorale e prospettando soluzioni alternative di emergenza, come l’uso di ciò che rimane della vecchia legge dopo i tagli apportati dalla Corte Costituzionale o, secondo gli ultimi umori, il ripristino transitorio di quella ancora precedente.

Non ci vuole, francamente, molta cultura istituzionale per rendersi conto che tutto questo modo di fare e di dire è una sorta di villania, a dir poco, verso il capo dello Stato uscente, ma anche verso quello che dovrà essere eletto al suo posto. Una villania, politica ma anche personale, perché le decisioni in materia di scioglimento anticipato delle Camere spettano interamente ed esclusivamente al presidente della Repubblica, tenuto solo ad una preventiva e non vincolante consultazione con i presidenti in carica delle Camere.

Con questo modo di fare e di dire Renzi e i suoi complicano ulteriormente il passaggio, già difficile di suo, dell’elezione del successore di Napolitano. Il fantasma delle elezioni anticipate porta il Parlamento al rischio di eleggere il suo becchino: un rischio al quale deputati e senatori, con l’aiuto dei delegati regionali, cercheranno comprensibilmente di sottrarsi nelle votazioni obbligatoriamente segrete nell’aula di Montecitorio, a dispetto di indicazioni ufficiali, ordini ed accordi fra i vertici dei partiti, boicottando l’elezione di un presidente della Repubblica solo sospettato di essere disinvoltamente pronto a sciogliere le Camere che lo hanno appena e imprudentemente mandato al Quirinale. Non ci vuole molto a capirlo. Eppure Renzi e i suoi mostrano appunto di non capirlo o, peggio ancora, di non volerlo capire. E ingarbugliano in modo persino autolesionistico una situazione politica già compromessa dalla perdurante crisi economica e dai rapporti non certamente facili con l’Unione Europea, dalla cui presidenza di turno il governo italiano sta peraltro uscendo senza rimpianti.

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