Sgusciante, scaltro, pragmatico, post ideologico. Matteo Renzi non finisce di stupire chi è sicuro che sia un vero premier di sinistra o, invece, un leader liberista.

SINISTRI E DESTRI

I sinistri ascoltano con fastidio i modi spicci con cui il segretario del Pd tratta la Cgil e le corporazioni (in primis quelle dei magistrati, per decenni idolatrati dalla sinistra). I liberal-liberisti si entusiasmano per i pranzetti con Blair, per le tirate anti tasse e per le parole sugli imprenditori-eroi.

IL TANDEM SACCONI-DAMIANO

Ci sono due temi, anzi tre, da cui si può ben vedere quanto sia eclettico il presidente del Consiglio. Si prenda la riforma del lavoro con la legge delega approvata ieri anche dal Senato. Il risultato finale è clamoroso, politicamente: ad approvare il Jobs Act sono stati due politici che per anni – o meglio per vent’anni – sono stati agli antipodi proprio su contratti, lavoro e Statuto dei lavoratori, compreso l’articolo 18. Ebbene ora Maurizio Sacconi (ex FI e Pdl, ora Ncd) e Cesare Damiano (Pd) hanno contribuito a redigere, e a votare, il Jobs Act, inclusa la modifica delle norme sui licenziamenti (tanto agognata, invocata ed evocata da tutti i centrodestra anche quando erano al governo, ma mai davvero realizzata).

LE NOVITA’ SULL’ARTICOLO 18

Vediamo in estrema sintesi il punto di accordo, criticato sia da Landini e Camusso sia da Renato Brunetta di Forza Italia (“il Jobs act non serve a niente”, è stato il giudizio di Silvio Berlusconi).

Non cambia niente per i licenziamenti nulli o discriminatori, cioè quelli motivati da ragioni politiche, religiose o di orientamento sessuale. In tutti i casi scatterà il reintegro nel posto di lavoro. Per i licenziamenti economici, quelli che dipendono dal cattivo andamento dell’azienda, a differenza di quanto avviene ora, il reintegro non sarà più possibile nemmeno se la motivazione è “manifestamente insussistente”. Ci sarà invece un indennizzo che, il decreto attuativo dovrebbe fissare a una mensilità e mezzo per ogni anno di lavoro, fino ad un massimo di 24 mensilità.

ASPETTANDO I DECRETI

La questione più complicata da sciogliere riguarda i licenziamenti disciplinari, cioè quelli motivati dal comportamento del dipendente. Anche qui la regola è l’indennizzo crescente con l’anzianità, ma in tribunale il reintegro resterà possibile in alcune “specifiche fattispecie” che saranno definite nel decreto attuativo. Sarà stato proprio il rimando a questi decreti ancora da scrivere – e dunque una delega non troppo precisa – a indurre il voto comune di Sacconi e Damiano? Sarà ma il messaggio che Renzi ha fatto passare è che l’articolo 18 è stato riformato, ovvero sminuito, dunque di fatto cancellato. Non è propriamente così, ma considerati gli strepitii della sinistra del Pd, della Cgil e della Fiom si induce a ritenere che il messaggio del premier corrisponda alla realtà.

IL BISTICCIO TRA D’ALEMA E RENZI

Secondo tema che indica l’eclettismo di Renzi. Solo dopo qualche ora in cui Massimo D’Alema strattonava la vacuità politico-culturale del premier che si rifaceva a una sorta di liberismo blairiano e clintoniano, lo sgusciante segretario del Pd che cosa s’inventa? L’intervento (ovviamente temporaneo) dello Stato per l’Ilva di Taranto. Tutto ancora da studiare, da definire ed eventualmente da realizzare. Ma l’ipotesi è sul tavolo.

L’IDEA RENZIANA SULL’ILVA

Anche in questo caso, breve sintesi della situazione (descritta con dovizia di particolari e commenti da Formiche.net). L’Ilva è bloccata nella sua attività dai vincoli (finanziari e industriali) dell’Aia (l’Autorizzazione integrata ambientale) per il cui rispetto sono necessari circa 1,8 miliardi, cifra non molto lontana dai finanziamenti che potrebbero arrivare dalla Bei. Il governo sta mettendo a punto la norma per estendere la Legge Marzano sulle grandi aziende in default (con almeno 300 milioni di debiti e 500 dipendenti) anche a un’impresa strategica come l’Ilva per quanto non ancora formalmente insolvente. Si profila così un fallimento pilotato per portare il gruppo dei Riva, di fatto estromessi, o a un temporaneo controllo pubblico oppure direttamente verso la vendita ai privati. Si sono fatti avanti Arcelor-Mittal con Marcegaglia, e Arvedi in potenziale alleanza (solo finanziaria) con il Fondo strategico della Cassa depositi e prestiti. Ma nessuno, finora, ha avanzato un’offerta economica: troppo elevato il costo della bonifica ambientale e smisurata l’incertezza dei procedimenti giudiziari in corso. Dunque: opzione Stato. Sotto che forma? Cdp? O altre soluzioni? Si vedrà.

IL RUOLO DI QUEL TESORO DI CDP

A proposito di Cdp. I cantori della divisione netta (dunque solo teorica, quindi fallace) tra politica ed economia si stracceranno le vesti quando apprenderanno che a Palazzo Chigi si discutono da giorni anche i piani di investimenti di Telecom, i programmi pubblici e privati per realizzare la banda larga, il futuro di Metroweb e i possibili spazi normativi e statutari della Cdp per rilevare la quota di Metroweb in dismissione da parte del fondo F2i.

RENZI VISTO DA RENZI

Ma lo scaltro leader pragmatico – come ha detto lui stesso ieri da Enrico Mentana su La 7 nel corso della trasmissione Bersaglio Mobile – è post ideologico? “Io nazionalizzo l’Ilva? Forse temporaneamente. Come ha fatto Obama per l’auto e come ha fatto l’Inghilterra con Royal Bank of Scotland”. Altro infarto per i liberisti renziani…

CACCIARI CI AZZECCA?

Forse ci azzecca Massimo Cacciari quando scorge che, con queste ultime sortite, Renzi diventa sempre più centrale, dunque moderato, rispetto alle ali destre (Salvini) e sinistre (Landini). Troppo visionario Cacciari? Ne riparleremo.

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