Chissà se Matteo Renzi, corteggiando politicamente Angela Merkel nella sua Firenze, non sia arrivato a confidarle il nome che ha in serbo per la trattativa sul Quirinale con Silvio Berlusconi, ma forse anche con la turbolenta minoranza del proprio partito. Dove lo hanno intanto accusato, pur tra le frenate e i sorrisi del polemico ex segretario Pier Luigi Bersani, di avere non solo contribuito ma “capeggiato” due anni fa dall’esterno delle Camere il boicottaggio della candidatura di Romano Prodi.

Tuttavia, agli smemorati o illusi, di qualsiasi livello e colore, che vivono il conto alla rovescia per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica cercando un candidato conforme alle proprie attese o ambizioni politiche, per quanto i precedenti non siano per niente incoraggianti in questo verso, vorrei raccontare una modestissima esperienza vissuta nell’ufficio più importante del Quirinale: lo studio del capo dello Stato.

Parlavo una mattina con Francesco Cossiga di un tema che non aveva mai smesso di angosciarlo: quei maledetti 55 giorni di prigionia del comune amico Aldo Moro nelle mani delle Brigate rosse e della sua sfortunata gestione della vicenda da ministro dell’Interno. Ad un certo punto gli occhi gli si inumidirono di lacrime per i rapporti mai più ricuciti, come avrebbe voluto, con i familiari di Moro. Ai quali non era bastata la sua ammissione degli errori che aveva potuto umanamente commettere in quelle drammatiche circostanze.

Il colloquio andò avanti più del solito, sino a quando non arrivò la telefonata di un funzionario che gli chiedeva di portargli delle pratiche urgenti. Nei pochi minuti che si diede per accomiatarci mi disse pressappoco così: “Non puoi immaginare quanta roba debba firmare un presidente della Repubblica. E non puoi immaginare neppure quanta di questa roba io debba firmare senza condividerla, per dovere d’ufficio. Non è detto che prima o dopo non me ne passi la voglia e non faccia lo sciopero della mano. Non sarei del resto il primo a far sentire con le buone ma anche con le cattive i poteri reali del capo dello Stato”.

Eppure segnali pubblici d’insofferenza, chiamiamola così, erano già giunti da Cossiga, per esempio quando egli aveva impedito che il Consiglio Superiore della Magistratura, da lui presieduto per dettato costituzionale, si riunisse per processare in qualche modo l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Che aveva espresso giudizi critici sull’epilogo giudiziario a buon mercato del mortale agguato terroristico del 1980 al giornalista e amico Walter Tobagi.

Capii quella mattina che le già forti sortite di Cossiga sul terreno impervio dei rapporti fra magistratura e politica erano destinate ad essere superate. E infatti, dopo quel nostro colloquio, nella fase conclusiva del proprio mandato Cossiga sommerse letteralmente palazzi del potere e giornali di dichiarazioni, comunicati, messaggi e iniziative ancora più clamorose. Che fecero saltare i sismografi della politica e gli procurarono la definizione, ch’egli accettò di buon grado, di “picconatore”. Si arrivò persino al tentativo di cosiddetto impeachment per alto tradimento davanti alla Corte Costituzionale da parte dei comunisti, che pure nel 1985 avevano contribuito ad eleggerlo alla prima votazione al Quirinale, pur dopo avere già tentato nel 1980 di mandarlo sotto processo come presidente del Consiglio con l’accusa di avere favorito la latitanza di un figlio terrorista dell’allora vice segretario della Dc ed amico Carlo Donat-Cattin.

Negli incontri successivi alla tempestosa e brevemente anticipata conclusione del suo mandato presidenziale mi capitò più volte di commentare con Cossiga giudizi sostanzialmente critici da lui espressi su certi passaggi dei suoi successori, in cui egli aveva ravvisato tratti forse ancora più “presidenzialistici” di quelli che gli erano stati rimproverati quando era al Quirinale, a volte anche da qualcuno degli stessi successori: per esempio, Oscar Luigi Scalfaro. “I miei – mi disse una volta – non sono attacchi. Sono constatazioni. I presidenti della Repubblica hanno margini d’iniziativa e di discrezionalità superiori a quelli che si immaginano o si aspettano i loro grandi elettori. I presidenti non hanno padrini o padroni”.

Parole che viene voglia di girare a chi sta preparando l’elezione del successore di Giorgio Napolitano. Eleggetelo senza l’inutile pretesa di ipotecarne l’azione. E senza la semplice attesa della gratitudine. Che non è, d’altronde, un sentimento politico.

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