L’elezione del presidente della Repubblica non è più solo quella del Capo dello Stato.

Questa constatazione, al dire il vero un po’ sibillina, merita senza dubbio una spiegazione, ma è quanto mai fondamentale per capire il presente, soprattutto in una specifica fase storica in cui il confronto tra le forze politiche è tanto acceso e diretto. Il PD ha aperto ieri le consultazioni con gli altri partiti, in nome di una potenza numerica che gli conferisce il diritto a una “prima vox” sulla candidatura, ma senza preclusioni. Spetta a Renzi, insomma, indicare il nome o la rosa dei nomi che saranno votati poi a destra e manca, a seconda che vinca il Patto del Nazareno, l’unita delle sinistre o entrambe le scelte.
Anche perciò, invece di perdersi nella girandola dei possibili candidati, è più conveniente riflettere su quale sia oggi il ruolo che i cittadini si aspettano dal nuovo inquilino del Quirinale.

La Costituzione vuole che egli sia il cardine stesso dello Stato, che in lui trovino convergenza i poteri politici e quelli amministrativi, facendone il garante unitario della separazione tra il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario. Ma questa è una descrizione soltanto formale, sebbene non di poco conto.
Tutti i candidati di cui stanno circolando i nomi, d’altronde, non sembrano mancare di queste alte prerogative, non sembrano non avere quanto è indispensabile avere per reggere un Paese tanto complicato e grande come il nostro. Anche perché non è vero che il presidente della Repubblica non abbia poteri in Italia. Al contrario, li ha moltissimi. Sono enormi soprattutto perché non ha l’onere diretto di governare. E non a caso Scalfaro, Ciampi e Napolitano ultimamente hanno avuto l’incidenza che tutti abbiamo verificato.

Ebbene, il mondo aperto del nostro presente ha sempre più bisogno di scelte veloci e responsabili, cosa che non sempre la Costituzione assegna al presidente del Consiglio, e ha necessità di riferimenti popolari, permanenti e stabili, cosa che invece il presidentissimo incarna saldamente per sette anni.
Riflettendo bene, eccoci dunque davanti alla vera questione. Il profilo giusto di chi guida la nostra nazione non può più fare a meno di essere accettato e identificato dalla gente. Non è possibile più accontentarsi di pensare che si tratti di un notaio o di un uomo di puro palazzo, ma deve avere legittimità concreta per esercitare il controllo che la Costituzione gli attribuisce.

Il presidente della Repubblica deve materializzare, in buona sostanza, quel ruolo eccezionale di garante democratico che Luigi Sturzo definiva “coscienza sociale del Paese”. E la riprova della riuscita è il tasso di popolarità che egli riuscirà a riscuotere realmente dopo la sua elezione.
Non importa in fin dei conti se sarà di sinistra, di centro o di destra, ma soltanto che abbia la cosa che veramente è essenziale: la capacità di segnalare con la sua presenza personale la consapevolezza di tutto il popolo italiano ai vertici, e di riassumerla in un giudizio e in un controllo permanente dei processi politici alla base.

In definitiva, il prossimo capo dello Stato, più che un uomo delle istituzioni, fatto ovvio, dovrà essere uomo della democrazia, ossia della folla: riconoscibile da tutti e affidabile per tutti. Le sue qualità devono contemplare un’età media, una caratura politica solida, una mentalità diffusa e un certo dinamismo anti burocratico.

In fin dei conti, se è chiaro che l’elezione del presidente della Repubblica non sia più solo quella di un Capo dello Stato, è anche impensabile che la sua persona non sia aderente ai sentimenti, alla vita e alla coscienza comune degli italiani.

Condividi tramite