Le malattie più gravi sono quelle più subdole. Senza sapere che ne sei afflitto, ti distruggono piano piano. L’espansione del terrorismo internazionale opera allo stesso modo nelle nostre democrazie: penetra come un male cronico, si alimenta di fattori positivi, come sono le religioni, e poi sfocia in attentati violenti e mortali.

Oggi, l’assalto alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, da parte di due criminali vestiti di nero che urlavano “Allah è grande”, è l’espressione furiosa del più plateale attacco alla democrazia e alla civiltà liberale degli ultimi tempi, perché consumatosi nel cuore di una capitale europea, alla luce del sole. Il bilancio è divenuto in un attimo impressionante: a Parigi, in boulevard Richard-Lenoir, hanno perso la vita dodici persone, e con esse è stato soppresso anche il più delicato diritto che la democrazia possa vantare, vale a dire la libertà di stampa e di opinione.

Ebbene, a distanza di quasi quattordici anni dall’11 settembre, non è permesso fermarsi soltanto a constatare l’aberrazione, ma è necessario dare prova che si è compreso il fenomeno, lo si è inquadrato in modo complesso e si è pronti a gestirlo con tutte le conseguenze che sono necessarie.

Da un lato l’eccidio odierno rientra, infatti, pienamente in un episodio puramente criminale, compiuto da due persone invasate, il quale merita di essere trattato come caso specifico di violenza contro dei cittadini comuni. Da questo punto di vista, se vogliamo conservare le nostre libertà fondamentali, non è possibile andare avanti un solo attimo non avendo irrigidito il controllo delle persone che transitano e vivono nelle nostre città, perché non è tollerabile che vi sia più una mancanza così sistematica di sicurezza nella vita ordinaria della gente.

Dall’altro, però, è impossibile evitare di trasferire le motivazioni al livello in cui sono state portate dai due terroristi, e che riguardano essenzialmente il nostro modo occidentale d’intendere la vita, la libertà di opinione, il pluralismo, la legittimità satirica, e così via. Insomma, la violenza è stata compiuta da due uomini a una redazione di giornale, ma evidentemente anche da una cultura fanatica e intollerante contro una civiltà democratica e liberale, e la sua stampa.

A questo secondo livello non è lecito rispondere, come hanno fatto di getto Hollande e Renzi, con la mera enunciazione teorica della nostra identità democratica, ma occorre dire come tutelarla, difenderla, mostrarla forte davanti alla violenza. Se vivere in democrazia vuol dire poter essere uccisi per le proprie idee, allora bisogna che la democrazia stessa trovi i propri antidoti per continuare ad essere tale, esprimendo la forza del diritto e dei doveri per arginare e garantire la superiorità della nostra tolleranza rispetto a chi la vuol sopprimere con le armi.

Ma vi è anche un terzo livello, che è il più importante di tutti, il quale oggi è diventato una realtà molto seria. Al di là del fatto che ad ispirare gli assassini questa volta sia stata Al Qaeda oppure l’Isis, da qualche mese il fondamentalismo non è più un’entità invisibile, spalmata dentro e al di sotto delle cosiddette nazioni canaglia, più o meno fiancheggiatrici. Esiste un vero e proprio Stato, autoproclamato tale, che raccoglie fondi, offre finanziamenti, territorialmente istituisce banche e si espande in tutto il Medioriente, lanciando strali contro il moderatismo arabo e ovviamente contro il mondo libero, al cui centro sta l’Occidente.

È chiaro che, al di là dei giusti anatemi del Papa e degli Imam, è divenuto assolutamente urgente intervenire su tutti e tre questi livelli in modo efficace e duro.

A livello del terrorismo criminale, oggi le nostre democrazie hanno bisogno di un giro di vite deciso. È importante vivere la globalizzazione con un minuzioso e repentino controllo a tappeto delle presenze nel territorio. Si agisca operando schedature delle persone che vivono insieme a noi, con tanto di garanzie e di giustificazioni, e si reprima in modo concreto ogni forma di ammiccamento religioso e politico a chi ha idee eversive e potenzialmente illiberali.

In seconda istanza, la difesa della nostra visione democratica e liberale deve evitare di mettere tutto sullo stesso piano, facendo intendere che tutte le culture siano uguali e sia lecito tollerare pensieri ed espressioni religiosi potenzialmente monocratici e armati. Perché, a ben vedere, è vero esattamente il contrario. Se il mondo vuole essere e restare libero bisogna difenderlo contro quelle culture che sono contrarie alla civiltà umana. C’è poco da fare.

Al terzo livello, invece, quello che comporta il confronto con uno Stato vero e proprio che fa da istituzione al terrorismo, è molto importante una reazione militare forte e capillare da parte della comunità internazionale per sradicare e annullarne totalmente la pericolosità militare ed economica crescente dell’Isis.

Se questa malattia subdola ha, in definitiva, una triplice forma, individuale, culturale e statale, è evidente che la reazione deve essere triplice, chiamando in causa la lotta alla criminalità, la cultura democratica e l’azione militare internazionale. Senza questa reazione a più livelli, ogni enunciazione a favore dei nostri valori occidentali resterà lettera morta, e ogni discorso a favore della democrazia mera retorica, prima di diventare un sentiero di morte lastricato di vittime.

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