L’iniziativa del governo Renzi sulle banche popolari sembra destinata a sconvolgere equilibri e regole di un mondo creditizio radicato nel panorama economico-sociale italiano.

Per capire l’effettiva portata del provvedimento legislativo Formiche.net si è rivolta a Giancarlo Galli, saggista e editorialista di Avvenire, autore di libri e inchieste che hanno messo in luce trame, ambizioni, rivalità e faide dell’establishment.

Era necessario un cambiamento profondo e urgente delle banche popolari?

Vi sono due scuole di pensiero. La prima riteneva che bisognasse far saltare il sistema delle incrostazioni, dei potentati locali inamovibili, del credito di relazione ai soliti noti e amici politici. La seconda afferma che nella crisi economica e creditizia attuale le misure del governo porteranno caos fuori controllo e insicurezza nei risparmiatori.

La realtà delle Popolari ha subito un duro colpo dall’esecutivo?

Ciò che ha creato sorpresa in quell’universo è stata la rapidità dell’iniziativa intrapresa dal premier. Della riorganizzazione e razionalizzazione dell’assetto creditizio italiano si parla da tempo immemorabile. La situazione delle 10 banche popolari coinvolte direttamente dal provvedimento non è tanto difforme da quella di altri grandi istituti. Ma vi è un elemento peculiare su cui il governo ha agito con l’accetta.

Quale?

Il nostro paese è sempre stato caratterizzato da una moltitudine di banche locali, che per molti versi hanno fatto bene e in altri casi male come Monte dei Paschi e Carige. Al contrario degli istituti a vocazione commerciale, si tratta di realtà strettamente legate al territorio. Tale assetto è stato determinante nel concedere aiuti – spesso a occhi chiusi e con metodi clientelari – che hanno permesso il “miracolo economico italiano” costruito sulla piccola e media impresa. Così le identità locali sono riuscite a partecipare ai meccanismi bancari.

La gran parte di questi istituti ha radici cattoliche?

Sì. Radici che risalgono al mutualismo ottocentesco. Essi furono creati in contrapposizione alle grandi banche che facevano gli interessi del capitale legato allo Stato liberale. Nel corso del tempo contribuirono a costruire un pluralismo creditizio che godeva di un consenso diffuso. E che ha consentito loro di mantenere un azionariato capillare. Il tessuto bancario autentico del nostro paese è composto da casse di risparmio e casse rurali, dalle Popolari e dagli istituti di credito cooperativo.

Ma allora perché l’esecutivo ha deciso di intervenire con tanta incisività?

Matteo Renzi è un politico centralista e autoritario. Lo è per le migliori ragioni. Ma non ama il pluralismo. Non a caso le regioni, trasformatesi in carrozzoni burocratici e inefficienti, sono un bersaglio della sua iniziativa riformatrice. Allo stesso modo il premier ha preso di mira la molteplicità della galassia bancaria del nostro paese. Ritengo che egli voglia estendere la riforma a tutte le Popolari e alle banche di credito cooperativo. Ci troviamo di fronte a un’ondata di centralismo coerente con la prospettiva europea, che non può contenere in sé micro-sistemi ingovernabili.

Renzi ha compiuto un “colpo di Stato bancario?

È la tesi di chi ravvisa nell’iniziativa del governo la volontà di agevolare l’entrata di grandi banche e gruppi finanziari esteri nel fiorente capitale di risparmio delle Popolari. Una sorta di “occupazione straniera” che potrebbe sprovincializzare l’assetto creditizio italiano e amalgamarlo con il resto dell’Europa. Rilevo tuttavia che il governo di Berlino non ha toccato l’esperienza tedesca delle banche popolari-territoriali e di credito cooperativo.

Adesso cosa accadrà alle banche popolari coinvolte nel provvedimento?

Il problema per l’economia reale è che i vertici dei 10 istituti creditizi trasformati in società per azioni vengano sopraffatti dalla paura. E rinuncino ad agire nell’erogazione dei prestiti: attività già in crisi, visto che per troppo tempo nelle realtà locali sono stati concessi crediti oggi non esigibili. D’altra parte i manager delle Popolari sono consapevoli che le novità tecnologiche e il mercato globale dei capitali rende ardua e costosa una gestione localistica. È necessario un livello dimensionale tale da renderlo economicamente sopportabile.

È un puzzle difficile da risolvere.

Una volta il mondo bancario era una foresta pietrificata con istituti medievali come il “voto capitario”, per cui la volontà di ogni socio conta uno a prescindere dal capitale posseduto. Renzi cerca con un colpo di mano di fare piazza pulita in una realtà del genere. Non so se è un bene o un male. Certo, ha alimentato uno scontro polemico con un’intera classe dirigente locale. Fattore di per sé negativo.

Le reazioni delle rappresentanze del credito popolare sono state molto forti. Ma i responsabili delle banche accetteranno le nuove regole?

Adesso i vertici delle Popolari alzano la voce per salvare la loro posizione. Poi tenteranno di mediare per adeguarsi nel modo migliore al nuovo corso. Per cui non attendiamoci guerre di religione.

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