Se "fare" il TTIP è certamente una ottima idea, occorrerà analizzarlo secondo la metodologia dei "worst case", dei peggiori scenari e, soprattutto, occorrerà ripensare ad un parallelo accordo europeo con la Cina che compensi la "Trans Pacific Partnership", l'accordo commerciale integrale tra gli USA e Pechino. L'analisi di Giancarlo Elia Valori

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il TTIP, il Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, sarà il vero punto di svolta, il “passaggio a Nord Ovest” delle economie europee e di quella italiana in particolare.

USA e Unione Europea, da sole, rappresentano, è ben noto, il 50% del Prodotto Interno Lordo mondiale, e valgono circa un terzo dei flussi commerciali globali. e, ricordiamo, ogni giorno vengono negoziati, tra le due sponde dell’Atlantico, beni e servizi per oltre 2 miliardi di Euro.

Winston Churchill non aveva dunque torto quando, in risposta ad una Europa spostata ad Est in modo anomalo dopo la Seconda Guerra Mondiale, pensava ad un Centro di Gravità strategico (ed economico) nell’ambito del secondo Oceano Mondiale, l’Atlantico, senza nemmeno metter da parte le reminescenze esoteriche sull’Atlantide platonica, allora immaginata proprio oltre le Colonne d’Ercole.

Era l’idea del Generale Marshall, colui che imposta il Piano omonimo: dare sostegno all’Europa perchè, “nei prossimi due o tre anni”, per ricordare il testo del discorso all’Università di Harvard del 5 Giugno 1947, l’equilibrio tra città e campagna, tra cibo e lavoratori dell’industria, ritorni ottimale.

Strano a dirsi, ma sono proprio quelli gli anni in cui Mao Zedong imposta il suo marxismo cinese e nazionale come rilettura critica del nesso tra masse contadine e popolazione urbana, asse del marxismo-leninismo della Terza Internazionale e punto di rottura dell’equilibrio economico dell’URSS; con uno Stalin che è ossessionato, come saranno anche i suoi critici successori, con l’industria pesante per “superare” al più presto gli USA e l’Europa atlantica. Una ossessione che perderà l’Unione Sovietica.

Ma torniamo al TTIP. Il negoziato è segreto, ma sono uscite alcune notizie sulle trattative più recenti.

Si tratta della procedura, prima di tutto, secondo la quale, settore per settore, le imprese dovrebbero rivolgersi, per esportare, direttamente alle autorità USA e, per quanto risulta per la protezione degli investitori e della sicurezza alimentare, i criteri del “free market” USA avrebbero la meglio suli meccanismi della protezione del marchio e della qualità tipici dell’agroalimentare (e di gran parte dell’artigianato) dell’Europa unita, soprattutto per quel che riguarda l’Italia e la Francia.

I criteri con i quali si potrà proteggere in modo non tariffario un prodotto sono però già, sia pure astrattamente, chiari: uno per uno, con procedure ad hoc, i prodotti sensibili potranno subire deroghe per la protezione del marchio, i dazi e i meccanismi di penetrazione dei mercati.

La cosa non è di poco conto: si pensi al nostro agroalimentare, e alla potente protezione del mercato “food” da parte dei nordamericani.

E il food & beverage trascina tutti gli altri prodotti di qualità, mangiare e bere bene trasmettono un modo di vita meglio di qualunque altra tipologia di prodotto.

Lo scenario più probabile, visto che non possiamo ancora sapere bene cosa avverrà, si caratterizza per quattro scelte, che è stato calcolato dalla nostra Confindustria: una liberalizzazione tariffaria del 100%, un 25% di riduzione delle NTB, Barriere Non Tariffarie, un 25% di riduzione della protezione nei servizi e, cosa estremamente importante, un 50% di liberalizzazione per gli appalti pubblici.

Questo scenario ci dovrebbe portare, secondo le proiezioni, tra il 2017 e il 2027, ad una crescita dello 0,44% del PIL europeo, mentre gli USA dovrebbero crescere, a causa del TTIP, dello 0,39% del PIL.

Se vediamo i dati in rapporto a quelli odierni, si scopre che il TTIP, con la sua espansione relativa degli scambi, eguaglia l’attuale crisi della crescita economica europea.

Questo non vuol dire che si possa, tramite l’interscambio atlantico, evitare la stasi economica europea, che è anzi derivante da una serie di svantaggi comparativi e settoriali sia nei commerci UE-USA che in quelli tra Europa Unita e Cina.

Un’altra questione è la modalità di pagamento delle transazioni: se gli USA esporteranno, come fecero dopo la fine degli accordi di Bretton Woods nell’agosto 1971, la loro inflazione in Europa, per pagare la guerra del Vietnam e la “Great Society” di Lyndon Johnson, la questione diverrà spinosa, mentre l’Euro si indebolisce come valuta per gli scambi internazionali e il Dollaro si apprezza in modo stabile rispetto alla valuta europea.

Se, in effetti, le trattative per gli investimenti copriranno, come dovrebbe essere ragionevole, anche i criteri di pagamento e i meccanismi di compensazione tra le valute, allora nessun problema.

Ma se questo non accade, c’è il rischio di assorbire l’inflazione USA, creando un vantaggio comparativo finanziario per Washington che, davvero, non mi sembra giusto. Siamo tutti in concorrenza tra di noi, nel mercato-mondo e, peraltro, non si esclude nemmeno la possibilità di reazioni “punitive” sulle importazioni di questo o di quell’altro bene o servizio.

Quindi, se “fare” il TTIP è certamente una ottima idea, occorrerà analizzarlo secondo la metodologia dei “worst case”, dei peggiori scenari e, soprattutto, occorrerà ripensare ad un parallelo accordo europeo con la Cina che compensi la “Trans Pacific Partnership”, l’accordo commerciale integrale tra gli USA e Pechino. Dovremo proporre alla Cina un nuovo accordo globale per l’interscambio di beni e servizi, che compensi le asimmetrie del TTIP e ci permetta di evitare che, dopo aver modellato l’economia UE secondo i propri trend, gli USA ci marginalizzino nel grande mercato cinese.

Giancarlo Elia Valori è professore di Economia e Politica Internazionale presso la Peking University e presidente de “La Centrale Finanziaria Generale Spa”

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