Dall’8 al 13 febbraio, a Ginevra, vi sarà la discussione di un nuovo trattato globale sui cambiamenti climatici, in preparazione della conferenza finale che si terrà dal 30 novembre all’11 dicembre a Parigi, la cosiddetta COP21. E’ un cambio di modello: dalla conferenza di Varsavia di novembre del 2013, si è fatta strada l’idea di un nuovo trattato, che superasse gli accordi sparsi e i programmi di sostegno, come la Durban Platform del 2011. Solo in parte erano stati colmati i vuoti lasciati dal protocollo di Kyoto del 1997, indebolito dalla mancata adesione di grandi Paesi e dalla crisi dello scambio delle emissioni (il prezzo della tonnellata di CO2 vale oggi soltanto 7 euro). Le riunioni si sono susseguite, fino all’ultima, a Lima, dal 1° al 14 dicembre 2014, quando è stata definita la traccia del documento vincolante comune.

UN NEGOZIATO DIFFICILE

Gli obiettivi di regolazione dei cambiamenti climatici sembrano fuori portata per gran parte dei Paesi: come nell’esperienza dei CFC per lo strato d’ozono, le inerzie sono gigantesche, i processi complessi e difficili da governare. Se si vuole entro il 2050 contenere il riscaldamento globale nei due gradi di temperatura, bisognerà ricordare che i consumatori di energia, cioè gli abitanti della Terra, passeranno nello stesso periodo da 6 a 10 miliardi. Secondo un articolo di Nature, scritto da due professori londinesi, Paul Ekins and Christophe McGlade, per l’obiettivo dei 2 gradi, sempre entro il 2050 si dovrebbe rinunciare all’impiego di un terzo delle riserve conosciute di petrolio, di metà delle riserve di gas e dell’80% delle riserve di carbone. I detentori o i gestori delle risorse energetiche fossili si suppone saranno contrari: la Russia, le compagnie petrolifere e quello dello shale gas, i Paesi arabi, i Paesi con riserve di carbone come l’India e la Cina, fino a tutti coloro che sono preoccupati per il proprio prodotto interno lordo, da Tspiras ai banchieri.

LA SICUREZZA E I SUOI COSTI

Per gli Stati, è tuttavia anche e primariamente una questione di sicurezza, con costi di cui non si immagina neppure la portata. Chuck Hagel, ex senatore repubblicano del Nebraska a suo tempo fermo oppositore alla ratifica di Kyoto, da Segretario di Stato alla difesa ha presentato il 13 ottobre scorso il rapporto del Pentagono che definisce meglio i rischi per la sicurezza globale indotti dai cambiamenti climatici e già accennati in passato: nuove sfide per i Paesi stabili, indebolimento o crisi dei Paesi fragili (e già ora in gran parte in situazione di guerra e di terrorismo). Sono facili da immaginare, come nei conflitti per le risorse di energia e acqua: nella faglia est-europea, in nord Africa e Africa, nel sud-est asiatico, in sud America.

UNA FACCENDA PRESA SUL SERIO

Lo scenario a fine secolo è ormai attestato su un aumento di 4-6 gradi, che nessuno si può permettere. La dichiarazione sino-statunitense del 12 novembre ha annunciato riduzioni delle emissioni entro il 2050 (un picco cinese entro il 2030, e poi la riduzione, gli Stati Uniti nel 2025 con il 26-28% di CO2 in meno rispetto alle emissioni del 2005). La visita del presidente Obama dal 25 al 27 gennaio in India non è andata altrettanto bene. Si tratta di un’economia fondata per l’80% sul carbone, con consumi procapite bassi e parte della popolazione ancora senza elettricità: con 70 nuovi GW da fonte fossile entro il 2017, ma con la promessa di 100 GW solari entro il 2022.

CALENDARIO

Gli incontri preparatori si susseguono, in un calendario comune e multilaterale in cui vari Paesi affermano leadership regionali e la loro influenza. Dopo la discussione del primo testo a Ginevra a inizio febbraio, gli Stati presenteranno i propri impegni “nazionali”, mentre entro il 31 maggio sarà resa nota la bozza di trattato che sarà poi oggetto di nuove discussioni a Bonn, tra il 1° e l’11 giugno. Il 1° novembre, la posizione di sintesi sarà resa nota dalle Nazioni Unite, in vista della Conferenza COP21 che si aprirà il 30 novembre a Parigi.

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