Lo hanno firmato solo 6 Paesi su 60: Francia, Svizzera, Principato di Monaco, Estonia, Moldavia e Ungheria. Sala (Expo): «I controlli sulle aziende ci sono lo stesso». Gentili (antimafia Comune di Milano): «In generale, non mi aspettavo tante interdittive»

Sono soltanto sei i Paesi che hanno firmato il protocollo di legalità dell’Expo. Francia, Svizzera, Principato di Monaco, Estonia, Moldavia e Ungheria. Circa il 10% dei 60 Stati che stanno costruendo il loro padiglione. Una percentuale pericolosamente bassa, se si considera il fatto che i lavori sono realizzati direttamente con un regime contrattualistico di tipo privato, che non sottostà alla regolamentazione antimafia per gli appalti pubblici. Il protocollo non può essere imposto ai Paesi stranieri e l’adesione è volontaria.

Eppure, si poteva sperare in un’adesione maggiore, visto che in base al piano d’azione “Expo Milano 2015 Mafia Free” (articolo 4, pagina 7) siglato da ministero dell’Interno, Regione Lombardia, Comune di Milano ed Expo, uno dei compiti della spa guidata da Giuseppe Sala è proprio quello di «promuovere l’adesione dei Paesi e degli organismi partecipanti ai protocolli di legalità, seppur su base volontaria, nello spirito di condivisione della necessità di tali protocolli ai fini antimafia».

Non soltanto il protocollo di legalità non è evidenziato in homepage del sito Expo spa, ma non è nemmeno una delle voci del link “amministrazione trasparente”. Lo si trova all’interno dell’ultima voce “altri contenuti.

Il dato sui Paesi che hanno aderito è stato fornito a ETicaNews  dal presidente della Commissione antimafia del Consiglio comunale di Milano David Gentili e risalgono al 5 dicembre 2015, quando il consigliere ne ha fatto richiesta formale al prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca.

ETicaNews ha chiesto i nomi dei Paesi firmatari all’ufficio stampa di Expo spa, il quale ha risposto che il dato è di competenza della prefettura. La prefettura, sempre tramite l’ufficio stampa, ha risposto dicendo che la firma del protocollo di legalità dei Paesi stranieri non è di competenza della prefettura, bensì di un rappresentante del ministeri degli Affari Esteri presso Expo e che quindi non poteva dare informazioni su quali Paesi avessero aderito. Ricontattato, l’ufficio stampa di Expo (martedì 17 febbraio) ha risposto che non era al corrente dell’esistenza di questo rappresentante e che ci avrebbe fatto sapere. Evidentemente, la questione è piuttosto ingarbugliata, visto che ancora, nonostante i solleciti, la risposta non è arrivata. Nemmeno il consigliere David Gentili è al corrente dell’esistenza del rappresentante del ministero. «Mi domando come possano saperlo i Paesi esteri», commenta Gentili.

In ogni caso, i controlli antimafia sulle aziende che lavorano per i Paesi stranieri sono fatti anche senza protocollo. Lo ha detto a ETicaNews il Commissario unico delegato del governo e amministratore delegato di Expo 2015 Giuseppe Sala: «Tutte le aziende che hanno accesso al cantiere devono dare il nome e noi li comunichiamo alla prefettura. Che ci sia la firma in calce al Protocollo oppure no, tutti i nomi delle maestranze arrivano alla prefettura. In caso la prefettura ci segnali qualcosa, chiamiamo il Paese e lo avvertiamo. Finora, si sono verificati quattro casi di irregolarità in piccole aziende».

La procedura è confermata anche da David Gentili: «Al 5 dicembre, risultava che tre aziende che lavoravano per i padiglioni di cinque Paesi stranieri (Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Israele e Malesia) avessero ricevuto l’interdittiva ed Expo aveva bloccato i pass di accesso». E poi? «Ho fatto domanda a Expo per sapere se queste aziende siano state bloccate temporaneamente o in modo permanente – dice Gentili – e se i Paesi hanno rescisso i contratti. Inoltre, ho chiesto se dal 5 dicembre si siano verificati altri casi». Il consigliere è in attesa di risposta.

Ma quali sono queste aziende “bloccate”? «I nomi sono faticosi da recuperare – dice Gentili – .  Il che non è normale. Il dato dovrebbe essere inserite sul casellario informatico, tutte le stazioni appaltanti pubbliche e le prefetture dovrebbero essere informate. E sarebbe importante renderli pubblici anche per far conoscere i nomi ai privati». Insomma, manca un’adeguata trasparenza.

Paesi stranieri a parte, secondo Gentili, l’azione investigativa e di prevenzione della prefettura è stata efficace e importante. Ma riguardo al pericolo di infiltrazioni mafiose negli appalti, il dato complessivo che emerge è desolante. «Le interdittive antimafia emesse sono circa 65, nella maggioranza dei casi non sono legate ai cantieri Expo, ma alle opere connesse. L’opera che più è stata vittima di interdittive è stata la Tem (Tangenziale esterna di Milano), con 24 provvedimenti. Le informative sono molte e non me ne sarei aspettate così tante».

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