L’intelligence secondo l’ammiraglio Martini

L’intelligence secondo l’ammiraglio Martini
Il ricordo di Giancarlo Elia Valori

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Un maestro e un gentiluomo dell’intelligence, l’ammiraglio Fulvio Martini, che ho frequentato a lungo sia a Venezia che a Roma.
Morì, il caro amico Fulvio, triestino, a Roma il 15 Febbraio 2003, dimenticato da una classe politica che lo aveva utilizzato, poi offeso, infine messo ai margini, dopo una splendida carriera costellata da successi di grande rilievo, conquistati in perfetto silenzio, come se fosse  un frate trappista. Il Servizio accetta l’eccesso di riservatezza, ma non tollera l’eccesso di pubblicità.
Era triestino e chi nasce in quella città è, come diceva Francesco Cossiga dei sardi, “italiano per scelta”, non solo per nascita.

Fu, Fulvio Martini, il Capo del Servizio che gestì la questione della apertura (parziale) degli archivi della struttura “Stay Behind” italiana, la ben più nota Rete “Gladio”.
Fu un errore madornale, poi adornato da irrilevanti processi penali, sia per Fulvio Martini che per il suo Capo di Stato Maggiore Paolo Inzerilli “gestore”, ed è un fine psicologo, Inzerilli, della Rete Stay Behind  presso il SISMI per conto della NATO.
Solo un Paese come il nostro poteva permettersi il folle lusso  di premiare con una gragnuola di processi chi, in una fase “più calda che fredda” della guerra fredda aveva tenuto duro sia nel Maghreb, sia in Libia, sia in Libano,  sia nei Balcani, con il suo straordinario Capostruttura a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, l’unico capo-Servizio occidentale  che poteva entrare, a tutte le ore e per qualsiasi motivo,  nel compound riservato di Yasser Arafat a Ramallah.

Morto giovane anche Stefano, l’uomo a cui Aldo Moro chiese, ma era troppo tardi, una mediazione per liberarlo dal “carcere del popolo” delle “seconde” Brigate Rosse.
Solo l’Italia, e per un misero calcolo politico personale, che pure non andrà mai in porto, poteva permettersi il lusso di mettere in piazza i nomi e la struttura NATO della “Stay Behind”, mentre tutti in Europa e nell’Alleanza Atlantica, potenziavano e miglioravano la rete coperta gestita dal comando per la “guerra non-ortodossa” di Bergen-Mons.
Dove, peraltro, ancuni “buchi” nella rete si erano già realizzati, grazie a una bella operatrice del Servizio tedesco-orientale che aveva sedotto il Marine USA che lo dirigeva…. Ma solo l’Italia, e nemmeno la Confederazione Elvetica, ha smantellato la sua Gladio prima, è bene ripeterlo, prima, che l’Est comunista smottasse rapidamente.

E questo, come ripeteva Fulvio, nella fase calda della guerra fredda che precederà la percezione della sconfitta, da parte dell’URSS e dei suoi satelliti. I piani di invasione del Patto di Varsavia verso l’Italia e la Germania Occidentale furono aggiornati fino al 1994, lo si ricordi bene.
Certo, la linea di Martini fu innovativa e intelligente:  utilizzare la rete Stay Behind per una mappatura sottile, completa, operativa dei vari territori, fino in Sicilia e in altre aree del Sud, che non erano legate al vecchio  progetto di penetrazione terrestre delle forze del Patto di Varsavia.
Fare Gladio in Sicilia, si può ben immaginare cosa successe per la criminalità organizzata e per i suoi referenti politici…ma parliamo d’altro.

Fulvio Martini queste cose le sapeva bene, e fu peraltro il Primo Direttore del SISMI a ripensare un programma di gestione globale del Mediterraneo da parte dell’unica potenza NATO pienamente mediterranea, l’Italia.
Per questo, rivoluzionò il rapporto che l’intelligence italiana aveva, da sempre, con lo Stato di Israele.
La logica tradizionale era quella di favorire il mondo arabo, per ovvi motivi energetici e geopolitici. I soldi e le armi dell’ENI (e del SID) al FLN algerino, il sostegno alla monarchia di Hassan II del Marocco, con quello straordinario ambasciatore, e uomo del Servizio, che fu Amedeo Guillet, che ogni tanto si vestiva da beduino per andare a parlare, nel deserto, con chi di dovere…

Ma l’idea centrale dell’ammiraglio Martini fu quella di giocare la carta, e giocarla non in modo episodico, dell’intelligence israeliana, perchè anche per Fulvio la presenza di Israele e la sua forza era l’unica garanzia di salvezza, per noi Paesi Mediterranei.
Tra l’altro, era stato proprio Aldo Moro, uno straordinario uomo di intelligence, oltre che un Maestro di  politica per tutti noi  cattolici democratici, a immaginare il “Lodo Moro”, appunto, secondo il quale i terroristi arabi passavano dall’Italia tranquillamente, e naturalmente il SISMI sapeva tutto, in cambio della salvaguardia del nostro territorio da parte di tutte le varie sigle del terrorismo palestinese, tutte peraltro riconducibili allo stesso Yasser Arafat-Abu Ammar.  E fu questo “lodo Moro” a farci diventare utilissimi amici dei Servizi israeliani.

Che poi Aldo Moro sia stato il capofila dei filopalestinesi dentro i nostri Servizi è ormai una vecchia favola. Aldo Moro, l’unico che capiva davvero di intelligence tra i leaders politici italiani (e non solo) è una vecchia favola. Aldo Moro voleva l’assoluta autonomia, dentro la rete dell’Alleanza Atlantica, dei Servizi italiani, che dovevano unicamente tutelare e rafforzare i nostri interessi nazionali, non quelli di Paesi che mediterranei non erano per niente.
Questo poi  non significava un cedimento al terrorismo palestinese e poi panarabo, era piuttosto lo strumento per penetrare fin nella psiche operativa profonda di tutta la galassia della “rabbia militare” del mondo palestinese. E dei suoi referenti internazionali.

L’ammiraglio Martini fu il primo a vedere tutto il film della destabilizzazione mediorientale e dei suoi padrini, senza limitarsi, come peraltro fecero Servizi più grandi e famosi del nostro SISMI, a qualche fermo-immagine.
Ed è da qui che risale il progetto, da parte di Fluvio, di un collegamento stretto e istituzionale, che prima non c’era, con le strutture di intelligence israeliane, che peraltro lo stimavano moltissimo, fino a chiedergli alcuni importanti consigli.
In quella fase, Fulvio Martini ebbe la piena descrizione degli equilibri mediorientali, e l’idea centrale di una Italia che era determinante nel Mediterraneo, il suo Mare Necessario, dove doveva profondere ben altre energie di quelle che la classe politica aveva fino a quel momento concesso.

Era un uomo schivo e silenzioso, con gli occhi vivissimi di un vecchio analista che aveva anche comandato, nella sua carriera, operazioni “attive” di straordinario rilievo.
Infatti, non credeva alla separazione netta tra “analisi” e attività operative”, perchè le seconde verificano i dati delle prime, e  ci spiegano sempre dati che prima non avevamo preso nemmeno in considerazione. E’ la vecchia storia dei cento talleri d’oro di Kant, che fa ben differenza averli davvero in tasca o immaginarli.
Odiava il termine “spionaggio”, che infatti oggi è solo il 10% dell’attività dei Servizi, e prediligeva il termine “intelligence”, più vasto ma più esatto, un lèmma che spiega realmente cos’è il lavoro di un Servizio, che non è la “spia” che riferisce al potere politico la noterella a margine più o meno utile, ma la Struttura dello Stato che elabora, programma, analizza e spesso spiega al Decisore cosa sia davvero la politica estera.

Fulvio Martini, dopo una carriera in Marina Militare (si era arruolato durante la Seconda Guerra Mondiale) va a dirigere il Servizio, essendo già peraltro un “interno”, tramite il SIOS Marina (e quanti tesori di intelligence ci sono ancora nei nostri SIOS) dal 1984 al 1991, quando ormai tutto era chiaro.
Fu lui, Martini, a immortalare i pezzi di ricambio di un missile sovietico in un passaggio mediterraneo verso Cuba.
Fu l’ammiraglio Martini a gestire il calor bianco della questione dei libici arrestati in Gran Bretagna per aver, con ogni probabilità, fatto esplodere bombe e Heathrow e a Manchester, per non parlare di tutta la gestione, determinante per la sicurezza esistenziale dell’Italia, dei rapporti tra IRA, l’Esercito Repubblicano Irlandese, e il regime gheddafiano.
Il Semtex che distrusse l’albergo di Brighton dove si teneva il congresso dei “Tories” guidati da Margaret Thatcher veniva, via mare, da un porto libico.

E vale qui ricordare  uno dei capolavori di Fulvio Martini, un Direttore capace di “fare da solo” senza troppo parlare con i politici, spesso inadatti a seguire una operazione di intelligence: la gestione della caduta di Habib Bourghiba in Tunisia.
Correttamente, il Direttore del SISMI, sotto l’ala di un aereo, aveva trattato con  il suo pari grado  francese, che però aveva rifiutato ogni tipo di partecipazione italiana nell’operazione, che per noi era vitale: il controllo delle reti energetiche libiche che in parte passa da Tunisi e dalla costa, la terribile minaccia che sarebbe derivata da una Tunisia in mano a forze, o a rappresentanti di forze, a noi avverse. E che volevano comandare in tutto il Mediterraneo.

Bene: furono le nostre strutture, nel più perfetto silenzio e nella più totale autonomia, a creare l’occasione, in una notte convulsa, di far arrivare al potere Zine El Abidine Ben Alì, che era il nostro candidato rispetto ai francesi (e ai sovietici).
Ecco, decidere in un momento, avere sempre in mente l’interesse nazionale, che non è mai totalmente sovrapponibile alla logica delle nostre alleanze che sono, appunto, “atlantiche” e scarsamente mediterranee, e operare di conseguenza, silenziosamente e efficacemente. Ecco un vero direttore di un servizio di intelligence.

Giancarlo Elia Valori è professore di Economia e Politica Internazionale presso la Peking University e presidente de “La Centrale Finanziaria Generale Spa”

ultima modifica: 2015-02-22T08:30:58+00:00 da Giancarlo Elia Valori

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