Ci sono dunque voluti 27 anni, e il rischio di pagare all’Unione Europea una salatissima multa di 50 milioni di euro, per restituire agli elettori almeno una parte di quanto era loro dovuto con il referendum dell’8 e 9 novembre del 1987, promosso soprattutto dai radicali allo scopo di far valere la responsabilità civile dei magistrati. Un referendum che, abrogando con 20 milioni 770 mila e 334 sì, pari all’80,20 per cento dei votanti, alcune disposizioni del vecchio codice di procedura civile del 1940, espose le toghe all’obbligo di rispondere anche personalmente e patrimonialmente dei loro errori, senza scaricarne l’onere solo sullo Stato, cioè sui contribuenti.

Il successo dell’iniziativa referendaria di Marco Pannella, sostenuta anche dai partiti liberale e socialista, era talmente scontato, specie sotto l’effetto dell’autentico supplizio giudiziario inferto al povero Enzo Tortora con l’arresto e i processi di camorra e droga, che gli stessi magistrati cercarono di defilarsi dallo scontro elettorale. La loro associazione si riservò, riuscendovi pienamente e astutamente, di rifarsi con la legge destinata a disciplinare l’attuazione del responso del referendum. Una legge proposta formalmente dall’allora guardasigilli socialista Giuliano Vassalli e approvata in Parlamento a tamburo quasi battente. Il 15 aprile del 1988, a quattro mesi soltanto di distanza dal referendum, essa era già pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale, proprio nei giorni in cui s’insediava alla guida del governo l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita, subentrato al giovane collega di partito Giovanni Goria.

Pannella fu praticamente il solo, con i radicali, a protestare contro quello che definì “il tradimento” del voto referendario. Egli se la prese, in particolare, con i socialisti, dai quali si aspettava un comportamento parlamentare coerente con il forte appoggio fornito al referendum. Qualche anno dopo, visti gli effetti della nuova legge, l’ancora segretario socialista Bettino Craxi gli diede onestamente ragione spiegando l’errore compiuto nel 1988 con la fiducia reverenziale riposta nel compagno di partito e giurista Vassalli. Di cui nel 1978 egli aveva anche sostenuto la candidatura a presidente della Repubblica, prima che maturassero nella Dc e nel Pci le condizioni per l’elezione di Sandro Pertini, socialista pure lui.

“Giuliano – mi disse Craxi parlandomi della legge Vassalli dopo essersi ritirato in Tunisia, travolto dalla bufera di Tangentopoli – si fece prendere purtroppo la mano dai magistrati, che affollavano il Ministero della Giustizia e intendevano proteggersi dagli effetti del referendum”. “Un referendum tuttavia – precisò Craxi – che Vassalli era stato fra i pochi nel partito a non condividere”.

I risultati della legge Vassalli, caratterizzata dal filtro preventivo della Corte d’Appello imposto alle iniziative risarcitorie e dalla facoltà riconosciuta allo Stato di coinvolgere i magistrati nei danni da essi procurati per non più di un terzo d’annualità del loro stipendio, stanno tutti impietosamente nei numeri.

“Su oltre 400 ricorsi proposti dai cittadini – ha riferito Dino Martirano sul Corriere della Sera soltanto 7 si sono conclusi con un provvedimento che ha riconosciuto il risarcimento per dolo o colpa grave da parte dei magistrati”. Più parziale ma non meno fallimentare, e inquietante, è il bilancio di quella legge riferito in questi giorni dal ministro della Giustizia Andrea Orlando a Giuliano Ferrara: “Dal 1989 al 2012 su 34 casi di denuncia accettati dalla Corte d’Appello con il filtro della Vassalli sono state emesse solo 5 condanne”. E’ proprio quel filtro che, fra le abituali proteste delle toghe sostenute dai grillini, e con la sorprendente astensione dei deputati di Forza Italia, destra e Lega, si è finalmente deciso di eliminare, insieme con il limite del terzo, portato alla metà dell’annualità di stipendio del magistrato sottoposto, questa volta obbligatoriamente, alla rivalsa dello Stato per i danni risarciti alla vittima dell’ingiustizia. Tutto ciò, peraltro, in felice coincidenza con il richiamo del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella a giudici e pubblici ministeri a non essere “né burocrati né protagonisti”.

Anche gli elettori superstiti di quell’ormai lontano referendum del 1987 possono ora sentirsi in qualche modo vendicati del “tradimento” gridato a loro nome nel 1988 dal solito e solitario Pannella. Un tradimento d’altronde analogo ad altri, a cominciare dal finanziamento pubblico dei partiti. Che fu abolito nel 1993 con un referendum, appunto, ma subito e a lungo ripristinato, con tanto di legge, sotto le mentite spoglie di ben più onerosi ed estesi rimborsi elettorali.

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