Che cosa lega Mattarella, Renzi e Ledeen

Che cosa lega Mattarella, Renzi e Ledeen

L’elogio del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella scritto da Michael Ledeen e pubblicato dal prestigioso Wall Street Journal può aiutare a capire meglio circostanze e natura del cambio della guardia appena avvenuto al Quirinale con la regìa del presidente del Consiglio Matteo Renzi.

L’operazione risulta molto meno improvvisata di quanto possa essere apparsa ai critici per questioni di cosiddetto metodo, a cominciare da Silvio Berlusconi. Al cui candidato al Quirinale, che era Giuliano Amato, noto anche per le sue ottime relazioni con gli Stati Uniti d’America, Renzi ha potuto evidentemente sottrarsi anche perché consapevole delle non meno forti credenziali di Mattarella sul versante internazionale. Dove d’altronde il candidato renziano alla Presidenza della Repubblica si era già fatto apprezzare come ministro della Difesa nella stagione della guerra del Kosovo, condotta dalla Nato con la partecipazione dell’Italia.

Ledeen era un giovane collaboratore della Cia mandato a Roma negli anni della “solidarietà nazionale” per studiare ciò che bolliva, o poteva bollire, nella pentola della collaborazione parlamentare fra la Dc di Aldo Moro e il Pci di Enrico Berlinguer. Fra i luoghi che egli frequentava per “annusare” la politica italiana c’era la redazione romana del Giornale diretto da Indro Montanelli. Dove un po’ a turno ci davamo volentieri il cambio a rispondere alle sue domande, o “curiosità”, come lui le chiamava, su questo o quell’aspetto, questo o quel protagonista della politica nazionale.

Da Roma egli tornò negli Stati Uniti con un bagaglio di conoscenze e convinzioni che investì ai massimi livelli, sino a diventare ascoltatissimo consigliere del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Di cui fu, fra l’altro, l’interprete al telefono nel 1985 con il presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi durante la drammatica notte di Sigonella, quando militari italiani e americani rischiarono di spararsi addosso sulla pista dell’aeroporto dov’era appena atterrato, intercettato dai caccia statunitensi, il velivolo che stava trasferendo dal Cairo a Tunisi i dirottatori palestinesi della motonave Achille Lauro.

Fra i due presidenti si consumò una “incomprensione” di cui Ledeen si assunse la responsabilità per consentirne il superamento, dopo però che si era consumata a Roma una crisi di governo per le dimissioni, alla fine rientrate, del ministro della Difesa Giovanni Spadolini. Che aveva inutilmente sostenuto la consegna dei dirottatori della nave italiana alle autorità americane, reclamata per avere essi ammazzato il crocerista statunitense di religione ebraica Leon Klinghoffer.

Ledeen, ormai settantatreenne, non ha mai smesso negli Stati Uniti di occuparsi d’Italia e d’italiani. Lo dimostra il suo articolo di elogi a Mattarella appena pubblicato da The Wall Street Journal. Non più tardi dell’autunno scorso egli ha partecipato in Toscana al ricevimento nuziale di Marco Carrai, tanto giovane quanto storico amico di Renzi, suo testimone di nozze. Fra i numerosi e influentissimi invitati c’era anche l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia John Phillips.

Quel giorno, 27 settembre 2014, si sapeva già della stanchezza avvertita al Quirinale da Giorgio Napolitano, ma non della sua decisione, maturata solo nelle settimane successive, di dimettersi all’inizio dell’anno nuovo, interrompendo il suo secondo mandato presidenziale in coincidenza con la fine del semestre di turno della presidenza italiana dell’Unione Europea. Ledeen, Carrai, Renzi e Phillips non hanno probabilmente smesso di sentirsi e di frequentarsi da allora.

A pensare male, diceva Giulio Andreotti, si fa peccato ma s’indovina. In questo caso d’altronde non si tratta di pensare male immaginando un presidente del Consiglio impegnato, di fronte al problema della successione al Quirinale, a verificare le credenziali internazionali dei vari candidati, a cominciare naturalmente dal suo. Che Ledeen non a caso ha voluto elogiare commentandone l’esordio come presidente della Repubblica proprio sul terreno della politica estera, con particolare riguardo al tema della lotta al terrorismo internazionale, mai attuale come in questi giorni. Durante i quali il capo dello Stato non può limitarsi a leggere giornali e agenzie di stampa, o a seguire i notiziari televisivi, rinunciando all’azione di persuasione, consultazione e vigilanza che gli deriva, anche nei rapporti con il governo, dal “comando delle Forze Armate” conferitogli dall’articolo 87 della Costituzione.

C’è stato probabilmente anche il suo zampino nelle distinzioni intervenute fra le dichiarazioni dei ministri degli Esteri e della Difesa e quelle del presidente del Consiglio, specie dopo l’intervento egiziano, sui tempi e modi di un’operazione da condurre in quella polveriera del terrorismo che è diventata la Libia di fronte alle coste italiane.

ultima modifica: 2015-02-19T09:58:15+00:00 da Francesco Damato

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