Conversazione di Formiche.net con Stefano Mannoni, professore di Diritto delle Comunicazioni all’Università di Firenze ed ex commissario dell’Agcom

“Un piano? Chiamiamolo documento programmatico, semmai”. Stefano Mannoni, professore di Diritto delle Comunicazioni all’Università di Firenze, ed ex commissario dell’Agcom, utilizza queste parole per descrivere la Strategia italiana per la banda ultralarga e per la crescita digitale 2014-2020, approvata ieri nel corso del cinquantaduesimo consiglio dei ministri del governo Renzi.

“Le intenzioni sono buone, ma generiche – osserva Mannoni in una conversazione con Formiche.net – Ma tale documento programmatico dovrà essere implementato con una serie di atti esecutivi che richiederanno molto tempo”.

Mannoni coglie però anche alcuni aspetti positivi di quello che altrimenti definisce “un preambolo di piano” ma “coerente con la comunicazione della Commissione europea sullo sviluppo della banda larga e con i principi comunitari della ‘neutralità tecnologica’ e del ‘fallimento del mercato'”.

UNA VERSIONE RASSICURANTE

“Pare incoraggiante – dice l’ex commissario Agcom il giorno dopo del varo del piano governativo – che si vogliano seguire le regole europee. Questa è certamente una novità positiva rispetto alle voci dei giorni scorsi che avrebbero reso le misure del governo incompatibili con le normative europee”.

Mannoni si riferisce alla possibilità, circolata nei giorni passati e presente nella bozza del decreto sulla banda larga con riferimento al 2030, di “rottamare” la rete in rame di Telecom ad esclusivo vantaggio della fibra ottica.

PASSAGGI COMPLICATI

“Finalmente siamo rientrati nell’ortodossia comunitaria”, dice il professore di diritto della comunicazione ricordando che, approvato il piano, bisognerà però concentrarsi su “passaggi molto complicati”:

“Innanzitutto c’è l’esigenza di fare i bandi. E ritengo che tali gare dovranno avvenire a livello locale. I bandi inoltre dovranno rispettare quattro condizioni: gli operatori dovranno essere selezionati in modo imparziale, la Rete dovrà essere aperta a tutti gli operatori, gli incentivi dello Stato dovranno essere proporzionali allo scopo da perseguire e non si dovrà privilegiare una tecnologia a scapito di un’altra”.

SPAZZIAMO VIA I DOGMATISMI TECNOLOGICI

La decisione del governo, illustrata dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, di lasciare agli operatori la scelta della tecnologia più efficace per raggiungere gli obiettivi, trova d’accordo Mannoni: “Non bisogna avere dogmatismi tecnologici. Perché banda larga non è necessariamente sinonimo di fibra ottica fino agli edifici e conseguente rottamazione del rame. Piuttosto, potrebbe essere proprio la rete in rame in futuro ad avere un ruolo ben più incisivo di quanto oggi si possa solo immaginare”.

COME GESTIRE I FINANZIAMENTI PUBBLICI

Il piano prevede un mix di investimenti pubblici e privati per circa 12 miliardi da qui al 2020 per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Agenda europea: Internet in ultrabroadband ad almeno 100 Mbps per almeno il 50% della popolazione, con un  100% dei cittadini che abbiano la copertura a 30 Mbps.

“Qualora i privati investiranno in misura uguale al pubblico l’obiettivo che si può raggiungere è superiore a quello minimo europeo”, si legge nel documento pubblicato sul sito dell’Agid.

“Bisogna che gli operatori mettano mano al portafoglio – commenta quindi l’ex commissario Agcom -. La regola per il conferimento degli aiuti è che non ci può essere solo denaro pubblico. Ad esclusione delle aree a fallimento di mercato”.

UN PUNTO INTERROGATIVO

Sui piani di investimento ai quali sono chiamati quindi gli operatori di tlc Mannoni pone un punto interrogativo: “Cosa faranno gli operatori?”. Poi spiega: “L’enfasi di questi giorni su Telecom ha fatto perdere di vista le mire degli operatori. Non sembra accettabile l’idea che la mobilitazione dei loro investimenti avvenga solo a condizione che la rete Telecom diventi un patrimonio collettivo”.

L’AUSPICIO

È auspicabile quindi – osserva Mannoni – che la partita dei finanziamenti pubblici non si incroci con quella di Telecom. “Non si può porre come condizione sine qua non da parte del governo e degli operatori alternativi che Telecom ceda la propria rete come asset alla Cassa depositi e prestiti o ad altra entità, affermando che solo così gli operatori potranno procedere con gli investimenti. Sono due discorsi diversi. Telecom è una società privata e come tale deciderà se cedere a questa proposta”.

UNA NUOVA SOCIETA’ PER LA BANDA LARGA

Il piano approvato dal governo ieri non fa alcun accenno inoltre alla possibilità, sostenuta dal vicesegretario di Palazzo Chigi, Raffaele Tiscar, di costituire una società per la rete di nuova generazione con il coinvolgimento di tutti gli operatori e sotto l’ala della Cassa di Franco Bassanini, lasciando a Telecom – seppur a certe condizioni – la possibilità di salire progressivamente al 51% una volta realizzati gli investimenti in fibra.

“Il governo saggiamente ha rinunciato – commenta Mannoni -. Gli aiuti di Stato si possono realizzare anche prescindendo dall’esistenza di tale società”.

INCENTIVARE LA DOMANDA

Ma il successo della banda larga dipende anche da molte variabili, prima tra tutte quella anagrafica e culturale: “È  fondamentale – conclude Mannoni – che parte del denaro venga allocato sulla domanda. Da alcuni studi risulta evidente, ad esempio, che negli utenti con scarsa alfabetizzazione informatica e con una fascia di età medio-alta, si riduce ancor di più tale propensione. Il rischio è di ritrovarsi con un bacino di utenti che non sanno avvalersi di una disponibilità di banda molto generosa”.

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