Conversazione con gli autori della ricerca del Club Ambrosetti che prospetta l’esigenza di un ruolo attivo delle istituzioni per favorire le imprese nella competizione globale, oltre un liberismo tanto teorico quanto asfittico

Mettere in campo una visione di interventi pubblici per promuovere, agevolare e convogliare gli investimenti verso precisi comparti produttivi.

Il rilancio di una parola proibita

Le priorità prospettate nella recente Lettera del Club “Ambrosetti” appaiono lontane da un orizzonte radicalmente liberista di taglio della spesa pubblica, riduzione rigorosa del perimetro dell’intervento statale, liberazione delle energie di un mercato in grado di auto-regolarsi.

E rilanciano il tema della politica industriale, fino a poco tempo fa termine impronunciabile, grazie a un raffronto critico con le strategie adottate dai governi delle democrazie capitalistiche.

“Nessun cambiamento di prospettiva”

Riflessioni tanto più rilevanti visto che provengono da un pensatoio storicamente in prima linea nell’invocare liberalizzazioni e privatizzazioni per smantellare il panorama statalista dell’economia italiana.

Per tale ragione Formiche.net ha voluto approfondire il tema con gli artefici della ricerca: il responsabile Area Scenari e Intelligence Lorenzo Tavazzi e il coordinatore del rapporto Pio Parma (le opinioni espresse da Tavazzi e Parma sono a titolo personale, sottolineano).

Nessuna svolta culturale, tengono a precisare i due studiosi. “Si tratta di un’evoluzione, non di un ritorno alla programmazione statale di impronta dirigistica. L’obiettivo è ricreare le condizioni migliori affinché le aziende possano competere e svilupparsi nella cornice del libero mercato”.

“No agli eccessi del liberismo”

Negli ultimi decenni, ricordano gli economisti, vi è stata una deriva verso una concorrenza priva di freni da cui le istituzioni si sono chiamate fuori: “Un eccesso di deregulation portatore di effetti negativi, al pari di quello statalista”.

Una cooperazione sinergica e una giusta dialettica tra istituzioni e imprese, spiegano gli esperti del Club Ambrosetti, è vitale per promuovere lo sviluppo produttivo in uno scenario di forte competizione globale. Nel quale sono in gioco gli stessi “Sistemi Paese”.

Fattore rilevante “colto da molte nazioni occidentali per attrarre investimenti e incentivare comparti industriali strategici.

La “sorpresa” del Regno Unito

A partire, rimarca Parma, dal “baluardo del libero mercato” che è la Gran Bretagna. Per anni focalizzata sulla crescita dell’economia finanziaria, la democrazia d’Oltremanica “ha maturato la consapevolezza della molteplicità di attori per uno sviluppo coordinato”.

E così nel 2013 il governo conservatore-liberale ha promosso l’Industrial Strategy individuando a monte gli obiettivi e le tecnologie chiave per affermarsi nel mercato mondiale grazie all’interazione pubblico-privato.

A beneficiarne sono stati i comparti energetici, medico-scientifici, educativi, edilizi, automobilistici, agricoli, aerospaziali.

La strategia d’Oltralpe

Un approccio integrato ha portato buoni frutti anche in Francia. Tavazzi rammenta il programma di politica industriale approntato dal Partito socialista, che ha definito le aspettative della società civile e del mondo produttivo. E ha tracciato gli obiettivi per il rilancio dell’economia nazionale”.

Valorizzando con capitale misto le tecnologie di eccellenza dei propri “campioni produttivi”, Parigi è tornata protagonista nel campo dell’energia, della salute, dell’agroalimentare, dei trasporti. L’ambizione è raggiungere nuovi traguardi nelle realtà in fase di riconversione ecologica nonché in quelle informatiche e digitali: e-learning, robotica, cybersecurity.

Pericolo colonizzazione cinese?

L’Italia, invece, vede un trend crescente di acquisizioni di gioielli produttivi e realtà strategiche da parte dei gruppi stranieri. Le vicende Pirelli e CDP Reti prospettano l’ingresso rilevante nel mercato nazionale di aziende di Stato della Repubblica Popolare Cinese. Non esattamente un’operazione improntata alla logica di mercato pura.

Nell’economia globalizzata, replicano i due esperti, è necessario relazionarsi con regole molto differenti formulate dalle potenze emergenti. “Basti pensare che gli scambi commerciali, fino a poco tempo fa sviluppati per il 70 per cento sulla rotta Nord-Sud del pianeta, nel 2014 hanno visto il sorpasso dell’asse Sud-Sud.

È un dilemma cruciale, riconoscono: “Ma lo è anche non aprirsi a capitali e mercati in crescita esponenziale, che rappresentano miliardi di persone. La strada corretta è bilanciare le esigenze strategiche caso per caso, come fanno Francia e Usa. Ricordando che Pirelli è un’azienda privata libera di compiere le scelte ritenute migliori”.

“Ripensare una nuova Imi”

Rilanciando l’esigenza di una politica industriale italiana, l’ex premier Romano Prodi ha prefigurato pochi giorni fa la ricostituzione in forme moderne dell’Imi: l’organismo pubblico a gestione autonoma creato nel 1931 per favorire la ricapitalizzazione dell’economia italiana tramite finanziamenti a medio-lungo termine e l’assunzione di partecipazioni azionarie.

La proposta, osservano gli studiosi, meriterebbe un approfondimento accurato: “Si stratta di interventi pur sempre invasivi in un mercato che negli ultimi vent’anni ha conosciuto grandi cambiamenti”.

Tuttavia a loro giudizio una banca per lo sviluppo industriale del paese può costituire un tema interessante. Molto, affermano, è legato allo strumento da adottare.

“Evitare una confusione di competenze”

Un organismo esiste già. Ed è la Cassa depositi e prestiti, ritenuta la leva più importante per mettere in cantiere molti investimenti produttivi.

Ciò che deve essere evitato ad avviso degli economisti è la moltiplicazione degli istituti finanziari pubblici, la sovrapposizione di competenze, la frammentazione di risorse: “Perché così si crea confusione, come lamentano numerosi operatori”.

Le ricette per valorizzare l’impresa

Al contrario, una politica industriale moderna richiede scelte precise, per loro natura settoriali e delicate: “Non si tratta di penalizzare gli altri comparti produttivi, ma individuare potenzialità competitive e di interesse nazionale con prospettive di sviluppo”.

Il che, aggiungono gli economisti, va di pari passo con l’esigenza di ridurre il livello del prelievo fiscale, aggiornare le competenze, rendere accessibili le fonti energetiche per il tessuto imprenditoriale.

Premier promosso con riserva

Ma il governo di Matteo Renzi sta procedendo nella giusta direzione o è prigioniero del dilemma liberismo-statalismo che sembra caratterizzarne molte scelte?

Gli studiosi riscontrano una “coerenza nella marcia intrapresa dall’esecutivo”. Ricordano come la tabella delle riforme da realizzare preveda ancora tanti tasselli. Ma apprezzano un’iniziativa come la “Buona scuola”, “che può incidere sull’adeguamento e rafforzamento delle competenze della forza-lavoro”.

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