La riflessione di Giovanni Di Capua, Presidente dell’Isder (Istituto per la storia della Democrazia repubblicana), pubblicata su Formiche nel marzo 2010 nel numero dedicato al 1992.

Il tallone di Achille Occhetto era lo strutturale passato comunista. Che si cercò di camuffare dietro plastiche facciali: nell’illusione di non pagare pegno dopo il crollo dell’impero sovietico; ed, anzi, di proporsi come una alternativa corposa ad una Dc in evidente decadenza. Fu angosciosa, nel multiforme postcomunismo, la scoperta che il partito che era stato di Togliatti, di Longo, di Berlinguer e di Natta era uguale a qualsiasi altra formazione politica. Con le sue correnti interne e soprattutto esterne (la Cgil, per dire, era pur sempre considerata “cosa” propria, come un bacino elettorale immutabile; e la cooperazione costituiva un polmone finanziario consolidato) che, però, si erano affrancate dal centralismo democratico e seguivano ognuna una strategia propria. Mantenendo tuttavia due caratteristiche comuni: il moralismo (ma senza austerità) tipico del berlinguerismo; e la diversità, che il Migliore aveva lasciato in eredità come riserva per la rivoluzione.

Ora il Pds di Occhetto, anziché riflettere sulle batoste elettorali di Milano e di Brescia del 1991, si permetteva di mettere in stato d’accusa il capo dello Stato e di ricercare alleanze trasversali coi radicali, i Verdi, la Rete di Leoluca Orlando e di padre Pintacuda, i referendari di Giannini e Segni coccolati da Montanelli e da Scalfari, sentendosi garantito dalla copertura che gli offriva la magistratura militante. Gianfranco Pasquino, intellettuale eletto col Pci, si compiaceva per l’abilità di Occhetto di ricorrere ad un “linguaggio nuovo” per ristrutturare il par¬tito onde difenderlo dalle scissioni a sinistra già consumate. Ma ammoniva anche a non lasciarsi corrompere dai feno¬meni disgreganti in atto, dovuti, a suo dire, al solidificarsi di quattro correnti interne: l’area del segretario, all’interno della quale si esprimeva la sottoarea di D’Alema, un’area riformista, l’area di “comunisti democratici” e l’area di Bassolino (ignorando Ingrao e Tortorella).

Dunque, alla vigilia delle politiche del 5 aprile, il Pds si presentava come un partito di diverse e contrastanti aree politiche di orientamento diverso (e perciò di più modelli di partito): in parte socialdemocratico di sinistra, ma respinto dall’Internazionale socialista; e in parte movimentista, con al vertice Occhetto che, in sostanza, non aveva alcuna in¬tenzione di “liquidare” il patrimonio storico del vecchio Pci. Accettando tutt’al più qualche aggiornamento e poco cambiamento. Una plastica facciale, per l’appunto. Occhetto puntava al 20%. Vedeva dinanzi a sé pascoli sterminati. Le candidature di funzionari più giovani (Mussi, Petruccioli, Fassino, Mancina, Ranieri) in aggiunta a D’Alema e Veltroni, lasciava sperare in una ripresa dopo la scissione di Rifondazione. Ma, specie al nord, il partito era a pezzi. E l’anticraxismo era il distintivo dei seguaci del segretario.

Al dunque, il Pds si ritrovò con solo il 16,1% e centosette seggi: quasi la metà di quelli della Dc e poco più del doppio di quelli della Lega. Non era stato “divorato”, come temeva, dal Psi. Si era però balcanizzato. I suoi elettori tradizionali si erano sparpagliati verso movimentucoli. Il sostegno de la Repubblica non aveva sopperito all’insufficienza politica complessiva. Protetto sfacciatamente dai giudici d’assalto, il Pds non aveva più un orientamento, e si affidava alle ca¬priole de l’Unità di Veltroni. C’era chi puntava alla “sinistra di governo” del socialista Rino Formica. Chi al “governo che non c’è” vagheggiato dall’ombroso e ambizioso Mario Segni. Il segretario straparlava di “governo di svolta” senza spiegare con quali alleanze realizzarlo. Vagheggiava un “partito radicale di massa”. Cercava conforto negli strateghi del nulla che frequentava sulla spiaggia radical-chic di Capalbio e negli intellettuali illustrissimi alla corte di Scalfari. Il suo era diventato un partito senza né capo né coda, eppure volitivo, decisamente trasformista. Attorno al quale i giudici militanti e gli ayatollah di Orlando facevano i guardiani di una rivoluzione palingenetica futuribile. E, proprio per questo, impossibile oltre che improbabile.

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