Lungi dall’affidare alle logiche di mercato la ripresa economica, i più avanzati Paesi occidentali hanno conferito allo Stato la regìa per lo sviluppo. Lo certifica un rapporto del Club Ambrosetti, non proprio un pensatoio dirigista... Ecco tutti i dettagli

La politica industriale sta tornando al centro dell’agenda dei governi come strumento per reagire alla crisi economica e per rilanciare il tessuto produttivo. Ma l’Italia non ha ancora definito una strategia organica in grado di ottimizzare i vantaggi competitivi e rispondere alle sfide competitive.

È il fulcro della Lettera del Club “The European House-Ambrosetti, intitolata “Il ruolo di una efficace politica industriale per la competitività del nostro Sistema Paese” e consegnata al ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi.

Un cambiamento storico

Un testo che in 4 pagine rilancia un tema scomparso dall’agenda pubblica degli ultimi anni. E tocca nel profondo il dilemma liberismo-statalismo che sembra caratterizzare molte scelte del governo di Matteo Renzi.

Le priorità prospettate dal pensatoio sensibile alle richieste del panorama imprenditoriale attivo nel nostro paese appaiono lontane da un orizzonte radicalmente liberale di taglio della spesa pubblica, riduzione rigorosa del perimetro dell’intervento statale, liberazione delle energie di un mercato in grado di auto-regolarsi.

Adesso viene riconosciuto alle istituzioni il compito di promuovere, agevolare e convogliare gli investimenti verso precisi comparti produttivi. L’accento è posto su una visione strutturata di interventi pubblici finalizzati a governare e orientare la realtà industriale.

Le politiche industriali in Italia

Fenomeno che aveva caratterizzato le scelte del nostro paese fin dagli anni Trenta. È facile ricordare le esperienze dell’Istituto di ricostruzione industriale, la valorizzazione dei “campioni nazionali” come Eni ed Enel, la creazione della Cassa del Mezzogiorno e delle Partecipazioni statali, le strategie di salvataggio di grandi aziende e i considerevoli incentivi a loro favore.

Tentativi in buona parte falliti e abbandonati per mancanza di responsabilizzazione nel governo delle risorse, eccessiva assunzione di rischi e costi, scarsi vantaggi competitivi sostenibili nel tempo, lottizzazione partitica nella loro gestione. Al contrario, nazioni avanzate dell’Europa e dell’Occidente hanno mostrato un elevato tasso di intraprendenza e flessibilità culturale nella fase successiva alla crisi finanziaria del 2008.

Liberismo e protezionismo negli Usa

Modello di pragmatismo nelle politiche economiche, gli Stati Uniti di Barack Obama hanno voluto riportare in patria gran parte dell’attività produttiva trasferita all’estero. L’amministrazione Usa lo ha fatto mettendo in campo sinergie tra realtà pubbliche e aziende private per sviluppare e commercializzare beni ad alta intensità tecnologica.

Rientra in tale strategia il lancio del Trattato di libero scambio transatlantico volto a favorire gli scambi commerciali grazie al superamento di molte barriere normative con l’Unione Europea, e il progetto “Manufacturing” o “Industrial Renaissance” finalizzato a favorire il ritorno delle fabbriche nei confini della federazione attraverso robuste agevolazioni finanziarie.

Porre fine all’impoverimento industriale

L’obiettivo di entrambi di programmi è “trasformare l’ecosistema produttivo mondiale” a vantaggio delle competenze industriali statunitensi.

E capovolgere un trend che tra il 1998 e il 2012 ha visto la quota del prodotto manifatturiero ridursi dal 15 all’11,6 per cento, con la perdita di 5,7 milioni di posti di lavoro e una crescita del disavanzo commerciale.

Il risultato previsto per il 2024 è di riportare al 16 per cento il peso della manifattura rispetto al Prodotto interno lordo e creare 3,7 milioni opportunità occupazionali aggiuntivi.

Le iniziative ad ampio raggio di Berlino

Nel Vecchio Continente la Germania ha adottato un ventaglio di ricette in più tempi.

La “High Tech Strategy for Germany” del 2007 e il piano “Germany as a Competitive Industrial Nation” del 2010  sono stati preziosi per incoraggiare l’innovazione, migliorare le competenze della forza lavoro, promuovere processi produttivi eco-sostenibili di beni con elevato valore, garantire l’integrazione tra manifatturiero e terziario.

Lungi dallo smantellare il proprio tessuto industriale, Berlino ne ha rilanciato il tasso di competitività approntando interventi pubblici nel campo della ricerca applicata – 79,4 miliardi di euro annui equivalenti al 3 per cento del PIL – e nell’offerta di credito per le attività produttive. I governi tedeschi hanno investito in un assetto di scuole tecnico-professionali che alternano formazione e lavoro, oltre che su un’università di eccellenza e accessibile al tempo stesso.

Numeri eloquenti

Ma soprattutto hanno conservato l’organizzazione tipica delle aziende medio-grandi, che coinvolge i lavoratori nelle scelte più rilevanti e protegge chi opera nella manifattura.

Per comprendere gli effetti di tali politiche sono sufficienti poche cifre. Oltre il Brennero un’ora di lavoro è pagata 32 euro, in Italia 22. Un dipendente dell’industria manifatturiera tedesca guadagna 37mila euro lordi all’anno contro i 26mila di un suo omologo nel nostro paese. Lo fa lavorando poco più di 1.400 ore l’anno rispetto alle 1680 registrate nella penisola.

Una scelta apparentemente sorprendente

Patria dell’economia liberale, il Regno Unito del conservatore David Cameron ha approvato nel 2013 la nuova “Industrial Strategy”. Lo scopo è aumentare la competitività globale delle filiere industriali più avanzate e supportare le tecnologie emergenti.

Terreno privilegiato non è esclusivamente il mondo che ruota attorno all’economia finanziaria con epicentro a Londra: consulenze legali, societarie, manageriali.

I comparti produttivi che hanno beneficiato del programma governativo abbracciano la scoperta, raffinazione e produzione di petrolio e gas, l’energia eolica e nucleare, la ricerca medica e scientifica, l’educazione internazionale, l’edilizia, l’industria automobilistica, le tecnologie agricole, l’aerospazio.

L’ambiziosa scommessa d’Oltralpe

Nello stesso anno un paese di forte tradizione interventista e dirigista come la Francia ha messo a punto il progetto “Nouvelle France Industrielle”. Maturato al termine di un ampio confronto pubblico e di accurate analisi dei mercati mondiali in cui Parigi occupa un ruolo nevralgico, il piano è articolato in 34 piani di riconversione industriale definiti “priorità nazionale”.

La strategia dell’Eliseo prevede di valorizzare grazie a una rinnovata collaborazione tra pubblico e privato le tecnologie di eccellenza dei propri “campioni produttivi nazionali” nel campo dell’energia, della salute, dell’agroalimentare, dei trasporti.

L’ambizione è raggiungere nuovi traguardi di sviluppo nelle realtà economiche in fase di transizione ecologica ed energetica, nonché in quelle informatiche e digitali: e-learning, robotica, cybersecurity.

Ritornare protagonisti nell’industria innovativa

Si tratta di realtà in crescita o con prospettive di forte sviluppo a livello globale. E per tale ragione la Francia vuole contare su un “ecosistema accademico, tecnologico e industriale” adeguato a una penetrazione efficace.

È un appuntamento troppo importante per un paese che negli ultimi 10 anni ha perso 750mila impieghi legati alle attività manifatturiere.

Nel prossimo decennio le autorità d’Oltralpe investiranno a tale scopo 3,7 miliardi di euro. Prevedono la creazione di 475mila nuovi posti di lavoro. E scommettono sulla produzione di 45 miliardi di valore aggiunto oltre a 17 miliardi aggiuntivi derivanti dalle esportazioni.

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