Fatti, ricostruzioni e indiscrezioni a latere del piano governativo sulla banda ultra larga che nella versione definitiva cela un siluro...

Tutto bene quel che finisce bene sulla banda ultra larga? Pare proprio di sì, secondo un esperto pacato come l’economista Stefano da Empoli, presidente di I-Com. Speriamo che abbia ragione lui quando intravvede, sentito dalla collega Valeria Covato, un serio impegno da parte del governo Renzi, ben superiore rispetto agli sforzi di altri governi. Speriamo solo che si passi dalle parole ai fatti, come auspicato su Formiche.net dall’ex commissario Agcom, Stefano Mannoni. Perché di parole e numeri negli ultimi 15 anni i cronisti come il sottoscritto ne hanno masticati troppi, fino all’indigestione.

Ma una certa arietta festosa deve indurre a qualche cautela. Specie in chi, tra i turbo liberisti, ha rimarcato con enfasi la dottrina governativa spiegata dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, sulla neutralità tecnologia. Ovvero: il governo indica gli obiettivi di copertura della banda larga per far risalire l’Italia nelle classifiche sull’arretratezza digitale, ma non dice agli operatori quale tipo di fibra ottica devono posare, se FTTC (fino al cabinet sotto casa), FTTH (fino a casa) o altre sigle astruse ai più.

Poi però si scopre che al di là della dottrina ci sono i soldi. E lo Stato metterà un po’ di miliarducci – circa 6,5 – affinché anche i privati ne mettano dello stesso importo per fare gli investimenti necessari a centrare gli obiettivi governativi.

Certo, l’esecutivo non è stato invasivo, come auspicava qualcuno e come invece temeva Telecom Italia, nell’imporre lo switch off tra rete fissa in rame di Telecom e la fibra ottica fino alle case, come auspicava un documento abbozzato dal vicesegretario generale di Palazzo Chigi, Raffaele Tiscar, bollato dal Corriere della Sera addirittura come “talebano”. Talebano perché, secondo l’ex monopolista Telecom, la rottamazione di fatto della rete in rame avrebbe indotto a svalutare l’asset nei conti del gruppo con impatti devastanti su debiti e dividendi. Insomma, sarebbe stata una catastrofe, come ha denunciato il Sole 24 Ore, per non parlare di una minaccia latente di licenziamenti in casa Telecom in caso di switch off.

È prevalsa l’impostazione più morbida dei consiglieri di Renzi, Andrea Guerra e Yoram Gutgeld, nei confronti del gruppo capitanato dall’ad, Marco Patuano. No, non sono indiscrezioni. Basta rileggere con attenzione i passi di un lungo intervento di Gutgeld sul Foglio di Claudio Cerasa per vedere quanto Gutgeld non fosse per nulla anti Telecom, anzi. Una bella evoluzione rispetto a documenti in odor di renzismo leopoldino su una Telecom asfittica sugli investimenti quando l’attuale premier era solo sindaco di Firenze.

Ma a dispetto di tanto liberismo governativo, come si diceva, ci sono i miliardini pubblici in arrivo per sostenere gli investimenti (non è un po’ troppo vaga l’evocazione del piano Juncker sulle risorse?). Non solo: s’invoca da parte del governo liberista, udite udite, un impegno più incisivo sulla banda larga da parte di soggetti pubblici. Leggere per credere le parole di Antonello Giacomelli, sottosegretario al ministero delle Comunicazioni, al Sole 24 Ore di oggi. Giacomelli dice in sostanza a Metroweb – in cui ha un peso rilevante con il fondo strategico Fsi la Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini, tra l’altro presidente di Metroweb – di darsi una mossa sugli investimenti. Ohibò. Magari tutti si sarebbero dati una mossa maggiore in caso di switch off, si bisbiglia in ambienti governativi e della Cdp. Ma lasciamo stare.

Il ragionamento di Giacomelli non può comunque essere catalogabile come troppo filo Telecom. Infatti il sottosegretario alle Comunicazioni invoca una rete di nuova generazione, tramite il veicolo Metroweb, “unitaria, neutra e aperta a collaborazioni e sinergie di tutti gli operatori interessati”. Traduciamo? Ci proviamo: Metroweb diventi una sorta di società condominio in cui ci siano tutte le principali società per partecipare alla posa della fibra ottica. Dunque si torna al punto di partenza di qualche settimana fa? Però da fonti ministeriali si apprende che per Telecom, più che la questione di detenere fin da subito il 51 per cento di Metroweb, la questione dirimente è un’altra: poter consolidare nel patrimonio a tutta la rete in fibra ottica, presente e futura, di Metroweb.

Poi, colpo di scena, o quasi. Sulla versione definitiva pubblicata ieri c’è un paragrafo, tutto nuovo, intitolato “I vincoli comunitari: cosa non è possibile fare”: il governo esplicita per la prima volta l’impossibilità di “ipotizzare il controllo integrale da parte di un operatore integrato su tutta la nuova rete sovvenzionata con aiuti pubblici”. Che significa? “Telecom Italia non potrà godere di incentivi o contributi pubblici a meno che non separi la rete”, secondo il Corriere della Sera. È stato introdotta anche una clausola «wholesale only» che consente a chi realizza la rete per vendere connettività all’ingrosso “la possibilità di prevedere il rifiuto di accesso alle infrastrutture passive per proteggere gli investimenti fatti”. Prerogativa di cui godrebbe per esempio Metroweb, che avrà piena discrezionalità nel concedere il passaggio sulle proprie infrastrutture (canaline, cavi), ma non Telecom poiché vende connettività sia all’ingrosso sia ai singoli clienti residenziali. Spiega tutto qui la collega Covato che ha spulciato i testi.

Come si vede, non mancano i colpi di scena. Dunque, appuntamento su Formiche.net ai prossimi articoli sul tema.

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